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Charlie: restringere le libertà per difendere la Libertà?

È possibile impedire nuovi attentati con il solo codice penale? I potenti del globo si interrogano sugli effetti (paradossali) di un Patriot Act europeo

Non c’è niente di peggio per le leggi di uno Stato che, in tempi di grande incertezza e di solidarietà emotiva, queste ondate di sentimenti travolgano la ragione e si trasformino in procedure eccezionali e d’urgenza, che finiscono poi per prevalere sul diritto comune. Noi italiani conosciamo bene questo meccanismo e di leggi, o meglio di decreti legge, ne abusiamo da tempo, proprio in ragione delle “condizioni di eccezionalità” cui la mala politica e la crisi economica ci hanno costretto e abituato. Ma questa volta stiamo parlando di un altro Paese, la Francia, culla tanto del diritto moderno quanto dell’illuminismo, e a lanciare il dibattito sono gli stessi cittadini francesi che, dai megafoni autorevoli della Francia intellettuale, che vanno da Le Monde a Le Figaro, pongono oggi la questione al centro del dibattito.

 Dopo gli attentati di Charlie Hebdo, infatti, sui principali media francesi impazza ormai un dibattito feroce se adottare o meno una sorta di “Patriot Act” transalpino, ovvero una legislazione di emergenza volta a frenare la deriva terroristica che ha investito la Francia e che ora minaccia di espandersi anche nel resto d’Europa. Come noto, negli USA subito dopo gli attacchi terroristici al World Trade Center, il 26 Ottobre 2001 il presidente George W. Bush decise di proporre un pacchetto di misure atte a combattere il terrorismo internazionale (poi approvate per decreto il 13 novembre successivo) che emendavano una serie di libertà fondamentali per i cittadini americani e rafforzavano notevolmente il potere delle agenzie di intelligence americane.

In Francia non si arresta la polemica sulla gestione del caso Charlie da parte dei servizi segreti

Conosciamo bene le conseguenze di questa politica e, a giudicare dai risultati, non possiamo essere molto soddisfatti del potenziamento dei poteri del governo federale degli Stati Uniti che, dall’FBI alla CIA attraverso la longa manus dell’NSA, ha espanso la propria azione fino a diventare un Leviatano capace di intercettare persino le telefonate della Cancelliera Angela Merkel.

Il dibattito sul Patriot Act
Come scrive oggi Le Monde, con il Patriot Act “le commissioni militari sono divenute giurisdizioni, e nonostante la resistenza della Corte Suprema, esse hanno violato apertamente il diritto internazionale. I prigionieri di Guantanamo sono detenuti e torturati a Cuba a discrezione dei servizi americani, a margine di tutte le minime garanzie di legge degli Stati Uniti. L’ombra di questo diritto eccezionale è poi giunta in Europa”. Il Patriot Act doveva decadere nel 2005, ma è stato esteso e poi reso permanente nel 2006 nonostante le promesse di Barack Obama che, in seguito al caso Snowden del 2013, promise una sua modifica. Dunque, a tutt’oggi è ancora in essere.

In Francia, dove non si arresta la polemica sulla gestione del caso Charlie da parte dell’intelligence, il parlamento ha già varato una legge in materia lo scorso anno (è stata approvata il 13 novembre 2014). Si tratta di norme che prevedono, ad esempio, il divieto di lasciare il suolo francese per i sospetti jihadisti e che hanno istituito il reato di “iniziativa terrorista individuale”. Eppure, come sottolinea ancora Le Monde, tali decreti non sono ancora stati tutti firmati ed è chiaro che il nuovo testo “non impedisce le partenze per la Siria e non soddisfa le caratteristiche del delitto di Parigi”, come dimostra la cronaca degli ultimi giorni.

La politica e il controllo parlamentare sull’intelligence
Se è vero che in Francia testi anti-terrorismo si sono collezionati sin dal 1986 è altrettanto evidente, però, che le leggi da sole nulla possono. Ecco perciò che oggi è sterile cercare una ragione della fallita prevenzione del terrorismo nei disservizi dell’intelligence transalpina. L’intelligence, per quanto colpevole, appare più come un capro espiatorio che non altro. E a dimostrarlo è ancora il comportamento della politica francese che, a fine 2014, sembrava assai più concentrata nelle lotte intestine per la spartizione di poteri e deleghe, che non interessata a come prevenire le minacce esterne alla République.

Ne siano prova le due querelle sorte all’interno della Delegation Parlamentaire au Renseignement (DPR), la delegazione parlamentare per l’intelligence creata per iniziativa del presidente Nicolas Sarkozy nel 2007 e che corrisponde all’incirca al nostro COPASIR (la Commissione Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica deputata al controllo dell’intelligence italiana).


L’intelligence francese, per quanto colpevole, appare più come un capro espiatorio che non altro

Una è relativa alla possibile creazione di un nuovo servizio d’intelligence finanziaria da porre alle dipendenze del Ministero delle Finanze, osteggiata da molti per via della parcellizzazione delle risorse investigative che ciò comporterebbe e sulla eccessiva autonomia di un singolo ministero. L’altra ha riguardato l’UMP di Sarkozy e il Partito Socialista, per la scelta di chi debba occupare il vertice del DPR. Nel mezzo, ci sono finiti l’ex primo ministro ai tempi di Chirac, Jean-Pierre Raffarin, e il socialista Jean-Jacques Urvoas (Raffarin è già presidente della Commissione Esteri, Difesa e Forze Armate e membro del DPR). Ma questa è solo una goccia nel mare delle lotte di potere in corso in Francia, destinata a durare fino alle elezioni presidenziali del 2016.

Meno libertà, più sicurezza?
Ciò detto, secondo gli addetti ai lavori del gotha europeo, la soluzione più a portata di mano è al momento un’ulteriore restrizione delle libertà dei cittadini europei da cui discenderebbero, tanto per fare un esempio, le paventate ipotesi di limitazione degli Accordi di Schengen per la libera circolazione delle persone.

 Insomma, i potenti di Francia e d’Europa stanno ragionando in queste ore se mettere in campo una serie di decisioni forti contro il terrorismo, che potrebbero ledere i nostri diritti inalienabili o, quantomeno, limitarli. Viene da chiedersi se questo sacrificio sia giustificabile e se davvero i nostri governanti hanno chiara la direzione che l’Unione Europea vuole intraprendere in materia di sicurezza. Forse però le domande sono altre. È possibile impedire nuovi attentati con i soli strumenti normativi e il codice penale? È utile intercettare tutto e tutti, se poi queste informazioni non vengono tradotte in atti concreti e i risultati sono diversi dalle aspettative?

Una delle più tangibili conseguenze del Patriot Act americano, sinora, è stata una serie indiscriminata d’indagini invasive su singoli cittadini americani e sulle transazioni economiche, che hanno dato come risultato informazioni poco o nulla riguardanti il terrorismo: solo nel 2013, delle 11.129 richieste di indagine con questo strumento legislativo, solo 51 erano relative a sospetti terroristi, mentre la maggior parte riguardavano reati connessi con la droga o finanziari. Questo tuttavia non ha impedito agli attentatori di Boston di provocare morte e panico alla maratona, e forse non avrebbe impedito ai fratelli Kouachi di uccidere indiscriminatamente.

Sullo sfondo, la guerra siro-irachena
Un acceleratore di queste soluzioni drastiche dei legislatori europei potrebbe essere costituito da un maggiore impegno della coalizione internazionale in Iraq e Siria, dove la situazione resta esplosiva e dove lo Stato Islamico è divenuto ormai una calamita per i terroristi radicali che vogliono portare avanti una guerra totale contro l’Occidente. In Siria e Iraq, le tensioni etnico-religiose vedono un sostanziale stallo nei combattimenti e le parti in causa non riescono a prevalere l’una sull’altra. Ma questo non fa che alimentare un caos e un’incertezza che si propagano ben oltre quei confini.

 Al momento, in seno alla comunità internazionale nessuno parla ancora d’ingaggiare un conflitto aperto in questi due teatri di guerra, e siamo al punto in cui tanto la NATO, quanto l’ONU e l’UE preferiscono restare a guardare cosa succede, lasciando che la tragedia si consumi lentamente tra le macerie di quella che fu la Siria e le acque tinte di rosso sangue della Mesopotamia. Ma la guerra, se non lo si fosse capito, è già arrivata in Europa.

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