Siria: la battaglia di Kessab è il casus belli per la Turchia?
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Siria: la battaglia di Kessab è il casus belli per la Turchia?
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Siria: la battaglia di Kessab è il casus belli per la Turchia?

I jihadisti del Fronte al-Nusra occupano l’enclave armena. Per i turchi, può essere un pretesto per intervenire ma rischia di rafforzare la posizione del regime di Assad

di Cristiana Era

Anche la questione armena è entrata nel calderone della propaganda all’interno del conflitto siriano. La molla che l’ha fatta scattare è stata l’offensiva dei gruppi jihadisti dello scorso 21 marzo nella provincia nordoccidentale di Latakia, dopo che l’esercito siriano aveva a sua volta ripreso il controllo della regione di Qalamoun. I militanti dell’opposizione siriana sono riusciti a occupare la città armena di Kessab, al confine con la Turchia, proiettando la notizia di quest’ennesima battaglia nelle cronache internazionali sul conflitto siriano. Secondo i resoconti dei media, due gruppi di militanti del Fronte jihadista Al-Nusra provenienti dalla Turchia, avrebbero attaccato la città costringendo oltre 600 famiglie armene a fuggire e riparare a Latakia, ancora sotto il controllo di Damasco. Due giorni dopo, il 23 marzo, un aereo siriano in missione per colpire i jihadisti di Kessab è stato abbattuto da due caccia turchi, palesando la volontà di Ankara di entrare direttamente nel conflitto.

Una battaglia che può cambiare il conflitto

A differenza di altre battaglie, l’occupazione di Kessab assume un’importanza notevole nel contesto del conflitto in atto. Non tanto per la sua posizione strategica (essendo vicina al confine con la Turchia) ma soprattutto per il contesto storico (il genocidio del 1915 è un passato che si riaffaccia sul presente), oltre a quello etnico e politico. Sul piano storico, gli armeni di Kessab, insieme a quelli di Jebel Musa, appena al di là del confine, rappresentano ciò che rimane del vecchio Regno di Cilicia, dopo il massacro opera dei Giovani Turchi che sterminò 1,2 milioni di persone. L’attacco jihadista a Kessab ha avuto dunque l’effetto di riportare alla luce una storia dimenticata dai più, mobilitando non solo l’Armenia ma tutte le organizzazioni e associazioni armene nel mondo che ora guardano con crescente preoccupazione a quella battaglia. 

E qui l’aspetto storico si mescola a quello etnico. Negli Stati Uniti, il potente gruppo di pressioneArmenian National Committee of America(ANCA) ha chiesto al Presidente Obama di “intervenire affinché la Turchia blocchi il passaggio di estremisti dal suo territorio verso Kessab”. Anche il Consiglio Nazionale delle Chiese americano (NCC) si è rivolto direttamente ad Obama, esprimendo preoccupazione per la sorte delle comunità cristiane, con particolare riferimento allo spopolamento di Kessab da parte degli armeni, tra le i gruppi etnici attualmente più vulnerabili. Sui social network, inoltre, imperversa la campagna “Save Kessab” che chiama a una mobilitazione internazionale, mentre una delegazione di parlamentari armeni si è recata anche a Damasco per chiedere l’intervento diretto del presidente Bashar Assad.

È l’aspetto politico però quello che renderà ancora più complesso e pericoloso, se possibile, lo scenario siriano, con il fattore interno che s’intreccia con quello internazionale. L’attacco a Kessab, l’uccisione di un’ottantina di residenti e la conseguente migrazione della popolazione armena verso Latakia, hanno di fatto tolto parte di legittimità al fronte dell’opposizione, anche se si è trattato di un’azione dei gruppi terroristici legati ad Al Qaeda. Ne guadagna Assad che può dunque ergersi a protettore delle minoranze. E, in effetti, la comunità armena non è neutrale nel conflitto, poiché ha sempre trovato nel regime una garanzia della protezione dei propri diritti. Gli sciiti alawiti sono anch’essi una minoranza in Siria, per decenni al potere solo grazie all’appoggio delle altre minoranze e delle élite sunnite con le quali hanno stretto un accordo sulla base deldivide et impera. L’emergere di una “questione armena” in Siria, potrebbe rafforzare anche la posizione di Mosca, che ultimamente ha rispolverato la vecchia immagine zarista di potenza protettrice dei cristiani nel mondo. Difatti, il Cremlino ha dichiarato di voler discutere la situazione di Kessab all’ONU, internazionalizzando ancora di più l’episodio. 

Il ruolo della Turchia

Per la Turchia, invece, Kessab rischia di diventare uncasus belli. È sotto gli occhi di tutti che Ankara non poteva non sapere dell’imminente attacco contro l’enclave armena da parte dei ribelli, dato che sin dall’inizio del conflitto ha ospitato sul proprio territorio gruppi di ribelli che poi proprio da lì si sono riorganizzati. Quello che appare diverso nel caso di Kessab è il fatto che questa poteva essere assaltata in qualsiasi momento nell’ultimo anno, visto che i ribelli controllavano l’area montagnosa ad est della città. Secondo alcuni analisti i militanti estremisti si erano invece astenuti sinora per non mettere in difficoltà Erdogan sul piano internazionale. 

Le cose per Ankara sono poi cambiate a causa delle crescenti difficoltà interne del premier e del suo partito, l’AKP, recentemente nell’occhio del ciclone sia per l’uso della forza contro le manifestazioni di piazza che per lo scoppio di scandali legati a episodi di corruzione che hanno coinvolto l’esecutivo stesso. Le ultime indiscrezioni trapelate sul social network YouTube (subito chiuso dal Premier) su un presunto piano occulto della Turchia per mettere in piedi un atto provocatorio e gettare la colpa su Assad, in modo da creare il pretesto per un intervento militare diretto, danno credito alla propaganda del regime che accusa Ankara di aver orchestrato l’attacco contro Kessab, dipingendolo come un’aggressione specificatamente anti-armena. 

Se dunque la battaglia di Kessab potrebbe diventare quello che la Turchia cercava, ossia la giustificazione di un suo intervento militare, non è da escludere il coinvolgimento anche di altri attori nello scenario siriano (non necessariamente a favore di un caduta del regime). Lo dimostra l’Armenia, intervenuta a favore di Assad, preludio di una possibile degenerazione e internazionalizzazione di un conflitto che ad oggi ha fatto già oltre 150 mila morti.

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