Gli occhiali di Brin, uomo solo in una realtà virtuale
Gli occhiali di Brin, uomo solo in una realtà virtuale
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Gli occhiali di Brin, uomo solo in una realtà virtuale

Il fondatore di Google fotografato in metro con l'ultimo ritrovato della tecnologia dentro ad un mondo lontano da quello reale

Manhattan, New York. “Ho appena avuto una breve conversazione con l’uomo più potente del mondo sulla metro 3”. L’annuncio parte in sordina sul web, è un cinguettio che decolla. A postarlo è Noah Zerkin, esperto di interazioni tra hardware e uomo, che avrebbe riconosciuto sul convoglio n. 3 downtown il co-fondatore di Google, Sergey Brin. Vestito rigorosamente casual, giubbotto scuro e jeans, la busta della spesa tra le gambe, Brin ha un’espressione sognante dietro i mitici Google Glass, prototipo di occhiali per la “realtà aumentata” elaborati nei futuristici laboratori X Google di Mountain View. Destinati a un limitato numero di “sviluppatori” che li possono acquistare in anteprima per 1500 dollari e si preparano a testarli e a suggerire correzioni e migliorie, gli occhiali di Mr. Google sono già stati decretati “l’invenzione più bella del 2012” dalla rivista Time. Espandono la realtà arricchendola di punti di vista, informazioni e sovrascritture, ma li vedremo in commercio solo nel 2014. Intanto alla fine di gennaio, a San Francisco e a New York, sono previste presentazioni ufficiali. Altre ne ha già fatte lo stesso Brin, illustrando su mega-schermi la visione dei Google Glass tele-trasmessa dai caschi di cavie paracadutisti. Sulla metro, Sergey inforca l’esile striscia d’alluminio con i minuscoli monitor computerizzati agli angoli e somiglia a un Buddha del futuro. Un mistico iper-tecnologico che ha raggiunto l’ultimo grado di beatitudine terrena.

Lo scatto di Zerkin sulla metro della Grande Mela ritrae un Brin rilassato, lo sguardo rapito in un mondo tutto suo, virtuale, che prende spunto dalla realtà per accrescerla, intrigarla, specificarla, pure contaminarla, secondo il duplice principio dell’ultra-tecnologia che da un lato la aumenta, dall’altro la ridimensiona e la media. Occhiali che rispondono a semplici comandi vocali, si sostituiscono oppure sovrappongono alla vista senza annichilirla, ricostruiscono un universo mentale che supera l’esperienza. Occhiali con lenti filosofiche, artistiche, che richiamano cinema e letteratura visionari di fantascienza. Che rivendicano la parentela con altri sogni, altre invenzioni, dal display retinale che proietta immagini sulla retina ai Google Goggles che esaltano la funzione di ricerca del motore per immagini, dai Golden-i, i computer cranio-montati, agli Eye Tap di Steve Mann che filmano quello che vedi e te lo fanno ri-vedere.

I Google Glass si basano sul sistema Android. Tra i loro progettisti figura Sebastian Thrun che ha concepito per Google anche le auto che si guidano da sole.

In fondo, incrociare il genio di Brin sulla metro di Manhattan è come avere una visione post-moderna e catturare un inserto di futuro nel tempo della realtà. Un attimo dopo, quell’istante estrapolato dalla corsa pendolare della metropolitana newyorkese è già in rete, balza di liana in liana nella giungla del web ritwittato a migliaia. Operazione che sarebbe più logico attribuire a una grande trovata promozionale che concilia i rapporti umani diretti in metropolitana con la duplice dimensione dell’iper-tecnologia di Google: la solitudine dell’individuo intrappolato in una realtà anche troppo aumentata (ingigantita e insieme dettagliata) attraverso un computer che si sostituisce alla percezione; dall’altra l’apertura infinita di quell’individuo solitario che nel flusso inarrestabile e minuzioso dei convogli si mantiene in equilibrio al centro dell’universo, immobile e insieme in movimento, uno spettatore-passeggero, fulcro di un’esplorazione del mondo che si proietta in tutte le direzioni, senza limiti.

In quel momento, però, nel preciso momento in cui Noah Zerkin fotografa Sergey Brin, non è chiaro dall’espressione del fondatore di Google se stia sognando, navigando il web o posando per una pubblicità. Come un uomo doppio o trino che vive in più dimensioni, più livelli contemporaneamente. Incarnazione contemporanea del pirandelliano “uno, nessuno e centomila”, calata in una scenografia da Dragon Ball o Star Trek. Molto teatrale.

Piuttosto la mia curiosità, guardando la foto, è se Brin abbia scambiato o possa mai scambiare qualche parola non con il passeggero-fotografo che si è fatto avanti a parlargli (come ci racconta nel tweet) ma con la passeggera di fianco che pare indifferente, inconsapevole di quanto sta avvenendo e guarda altrove, senza occhiali, avvolta nella sua realtà “non aumentata”.

Esiste ancora la possibilità di un concreto rapporto umano fatto di odori e parole, al di là dell’inarrestabile catena virtuale delle informazioni, delle immagini che si accavallano, vere e false insieme? C’è ancora margine per un rapporto autentico di voci, gesti, scambi di pensieri che si formano nelle conversazioni dal vivo? La realtà di Mr. Google è aumentata o diminuita? E quella vicinanza di cui si fomenta Zerkin non diventa piuttosto distanza, distacco e, quasi, follia? Alla sconcertante navigazione dell’occhio e della mente nel web non dovremmo continuare a preferire l’ineffabile quid delle relazioni ravvicinate, delle corrispondenze tra uomini che possono a taluni apparire mesolitiche ma hanno il dono dell’autenticità, la consistenza delle tangibili foglie degli alberi di Central Park o l’utilità immediata delle porte scorrevoli della metro di New York che ti riportano all’aria aperta?

A respirare a pieni polmoni sotto la pioggia che ti batte sulle palpebre.

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