Scienza

Qui il basilico cresce sotto il mare

Al largo di Noli, in Liguria, c'è un orto sottomarino che tutto il mondo ci invidia. E ora le analisi confermano che gli ortaggi coltivati sotto il mare hanno proprietà nutritive eccellenti

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Luca Sciortino

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L’”agronauta” è colui che, munito di pinne, maschera e boccaglio, coltiva le piante sotto il mare. Il latino è venuto in aiuto a chi doveva descrivere nelle riviste di settore il lavoro dei ricercatori del Nemo’s Garden, l’orto subacqueo al largo di Noli, in Liguria, che tutto il mondo ci invidia. Nella bella stagione, gli agronauti si spingono al largo di circa cento metri e scendono a una profondità che va dai 5 ai 12 metri per vedere se nelle cinque biosfere di materiale acrilico ancorate al fondo ci sono ortaggi pronti per essere raccolti.

Le specie di piante presenti sono aumentate notevolmente in numero da quando l’azienda di attrezzatura subacquea Ocean Reef Group ha presentato il suo progetto a Expo 2015. Oggi al basilico si aggiungono pomodori, origano, menta, salvia, timo, fagioli, melissa ma anche fiori come le orchidee. Leggenda vuole che il presidente dell’azienda, in vacanza nella riviera ligure, discutesse in riva al mare sulle condizioni ideali per la crescita dell’ingrediente fondamentale del pesto alla genovese.

Chiedersi se il basilico sia in grado di crescere anche sotto il mare, e con quali risultati, viene spontaneo a chi fa uso di certi materiali per le maschere da sub. Quando il progetto è partito è arrivato l’interessamento di centri di ricerca italiani come il Crea (Consiglio di ricerca per l’agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) e delle università di Milano e Pisa. Le loro analisi sulla fisiologia delle piante cresciute nell’orto di Nemo, come pure sulle loro proprietà fisiche, chimiche e organolettiche, sono state appena pubblicate sulla rivista scientifica Scientia Horticulturae.

Luisa Pistelli, professoressa di biologia farmaceutica al dipartimento di farmacia dell’università di Pisa e alla guida della squadra di ricercatori che hanno effettuato le analisi fitochimiche, dice:« In generale, una cosa che si nota in queste piante è la presenza di un maggiore contenuto di certe sostanze come le clorofille, i carotenoidi e i polifenoli. Da un punto di vista morfologico quello che salta all’occhio è invece una dimensione notevolmente maggiore del fusto (circa il doppio) e delle foglie rispetto alle piante coltivate nel terreno».

La ragione di queste differenze è dovuta al fatto che sotto il mare i vegetali devono mettere in atto una serie di meccanismi per adattarsi alla minore quantità di luce. «Foglie più grandi e maggiori quantità di clorofilla consentono loro di massimizzare la quantità di fotoni assorbita a parità di tempo» precisa Pistelli «Anche la più grande quantità di polifenoli può considerarsi una reazione allo stress, che per l’uomo si traduce in un beneficio. Infatti queste molecole sono antiossidanti naturali utili per eliminare i radicali liberi presenti nel nostro organismo. Di fatto, contrastano tutte le malattie legate all’invecchiamento, hanno effetti positivi a livelli cardiovascolare e combattono la crescita tumorale».

Per quanto riguarda le proprietà organolettiche di queste piante, Pistelli le riassume con una battuta piuttosto eloquente:« Al termine delle ricerche, io e i miei colleghi abbiamo organizzato un pranzo a base di ingredienti provenienti dall’orto di Nemo. Se i liguri presenti hanno decretato all’unanimità che il pesto alla genovese fatto con basilico da agricoltura sottomarina era più saporito di quello tradizionale allora non c’è dubbio che le proprietà organolettiche sono conservate».

Se poi qualcuno è ancora scettico potrebbe leggere le rigorose analisi di laboratorio effettuate con strumenti in grado di misurare le componenti volatili che raggiungono il nostro apparato olfattivo. Dicono per esempio che il contenuto del metileugenolo, responsabile dell’aroma, è più che raddoppiato e che anche gli oli essenziali sono presenti in maggiori quantità rispetto agli orti di terra.

Un aspetto non irrilevante degli orti sottomarini è il fatto che l’ecosistema all’interno delle biosfere è protetto dall’attacco dei parassiti, a patto di fare attenzione a non portarveli accidentalmente durante le operazioni subacquee di raccolta e manutenzione. Ciò significa non solo un vantaggio per noi, visto che gli ortaggi non sono trattati chimicamente, ma anche per l’ambiente subacqueo che non viene inquinato dai pesticidi.

Gli orti sottomarini si presentano come sistemi auto-sostenibili: usano l’acqua del mare appositamente desalinizzata per l’irrigazione, usano per la fotosintesi la luce che filtra attraverso il mare e potranno potenzialmente avvalersi di energia solare. Il consumo di acqua, spiegano i ricercatori nel loro articolo di ricerca, è ridotto anche grazie alla differenza di temperatura tra l’aria dentro le biosfere e l’acqua di mare sovrastante: ciò fa sì che l’evaporazione dall’interno si condensi sulla superficie della struttura e ricada nelle piante.

In tutte quelle zone caratterizzate da ambienti e condizioni climatiche ostili, per esempio le zone desertiche del nord Africa, l’agricoltura sottomarina si candida quindi come una valida alternativa: a riduzione del consumo di acqua e il minore sfruttamento dei terreni rappresentano un vantaggio. In regioni del pianeta caratterizzate da poca luce o presenza frequente di cielo nuvoloso è meno facile coltivare sotto il mare. Intorno ai cento metri di profondità la fotosintesi diviene impossibile ma di fatto nessuna pianta terrestre potrebbe sopravvivere oltre qualche decina metri di profondità.

Se le potenzialità appaiono enormi, è anche vero che la ricerca ha davanti molte domande cruciali che investono l’ecologia e la politica. Non è pensabile riempire i fondali delle coste di queste strutture soprattutto in zone in cui l’effetto sull’ambiente è ancora poco conosciuto. Per avere la misura delle incertezze che abbiamo di fronte basti pensare che occorre chiarire se effettivamente le piante possano crescere a una velocità non eccessivamente inferiore a quella nella terraferma, se si possa andare a profondità superiori ai dieci-venti metri, se tutte le specie di piante potranno adattarsi e con quali altri tipi di istallazioni, se davvero non vi siano rischi di contaminazioni accidentali nocive per l’ambiente marino.

I ricercatori affermano che la fauna marina ha cominciato ad abitare il sito dell’esperimento. Si aspettano quindi che in futuro gli orti sottomarini potranno essere utilizzati per far crescere microalghe e coralli o per monitorare la vita dei fondali. Ma anche questa è una questione tutta da indagare. Una volta fatta chiarezza, la politica dovrà regolamentare un processo molto delicato: il progetto degli orti di Nemo è l’inizio di una  da parte dell’uomo con conseguenze imprevedibili.

Nel corso delle ultime generazioni il paesaggio della terraferma è stato plasmato e riplasmato da parte della specie umana a tal punto che oggi è difficile distinguere il naturale dall’artificiale, perfino quando passeggiamo in un bosco. I fondali marini stanno lì come monumenti di un universo insondabile, immacolato e inaccessibile. Ancora per poco, a quanto pare.


 

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