Salute

Covid-19 e pm10, dopo il diesel è guerra a mucche e maiali

Nella caccia al colpevole dell'epidemia di Coronavirus è il turno degli allevatori e dell'ammoniaca delle loro stalle che innalzerebbe il Pm10, uno dei veicoli del Covid-19

Spesso durante le grandi pandemie la ricerca di un colpevole a tutti i costi trascina con sé più vittime della malattia stessa. Chiamatela caccia all'untore o desiderio di vendetta, ma sta di fatto che dopo l'assurda guerra ai motori diesel, accusati a torto di essere i maggiori responsabili dell'innalzamento dei particolati Pm10 e Pm2.5 nelle nostre città - fatto che già prima del Covid19 stava mietendo posti di lavoro - oggi nel mirino di ambientalisti e benpensanti ci sono gli allevamenti di mucche e maiali, peraltro spesso definiti "intensivi" anche quando non lo sono.

Certamente tutti vorremmo vedere più distese di pascoli come in Argentina, ma Lombardia ed Emilia non hanno lo spazio della Pampa e se il numero dei capi allevati calasse, il prezzo di certe prelibatezze schizzerebbe in alto diventando un prodotto di nicchia per esportazione, producendo magari meno deiezioni ma più disoccupati.

Diversi istituti di ricerca e di controllo, sia pubblici sia privati, hanno la loro ipotesi suffragata da dati raccolti nelle zone più colpite, che di questi tempi sono, guarda caso, quelle lombarde tra Cremona, Brescia e Mantova, ovvero anche tra le più afflitte dal Covid19, e quelle intorno a Reggio Emilia, regno di sua maestà il Parmigiano.

Ciò che appare un po' strano è il tempismo con il quale queste notizie vengano diffuse, accostando anche l'ipotesi, possibile ma tutta da dimostrare, che il virus cinese viaggerebbe aggrappato alle particelle di particolato. Una tesi meccanicamente verosimile ma ancora da validare, a cominciare dallo studio dell'università di Harvard fino a quello della Società di medicina ambientale italiana. A portare all'attenzione della cronaca questa vicenda alcune inchieste che lasciano lo spettatore con una domanda: Quindi tutti a Tofu e insalatine?

Se dopo oltre un mese di lockdown abbiamo capito che le auto diesel erano soltanto una piccola parte del problema dei particolati, e dopo aver dimostrato che se tutti stanno a casa il riscaldamento delle abitazioni sarà giocoforza aumentato, o che basta il vento da sud perché ogni particella africana o asiatica trasportata dal vento rimanga incastrata nella Pianura padana (lo scrivevano persino i romani ai tempi di Costantino), per risolvere il problema resta attualmente soltanto una scelta dolorosa: a che cosa vogliamo rinunciare. Ad un comparto di oltre 40.000 aziende che impiegano 60.000 dipendenti, a produrre, esportare con successo e consumare formaggio, salumi e carne con prodotti che tutto il mondo ci invidia?

Purtroppo, come già successo in altri settori (trasporti, aviazione), a qualcuno verrà l'idea di una bella Pm10-tax europea sul Culatello e sul Parmigiano per finanziare ricerche ulteriori, e sappiamo perfettamente come finirebbe, ovvero malissimo per la nostra economia e benone per quella di nazioni che se ne guarderebbero bene dall'applicare idee simili.

Vediamola anche da un'altra prospettiva, gli allevatori nonostante questa drammatica emergenza continuano a lavorare per garantire cibo sano e sicuro sulle tavole degli italiani, dunque dare per vere e consolidate tesi scientifiche ancora da validare è scorretto come cercare sempre e comunque un colpevole, in questo caso chi produce il particolato, ovvero l'ammoniaca generata dalle deiezioni animali, operazione che equivarrebbe a mettere il mirino sui nostri allevatori. I quali non saranno tutti dei santi, ma sono persone che stanno comunque operando in uno dei sistemi di produzione agroalimentare tra i più sicuri e controllati tra quelli europei e mondiali. Peraltro, secondo il Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente (Ispra), le polveri sottili rilevate nel nord Italia nel periodo di fine marzo non sarebbero dovute allo spandimento di liquami zootecnici nei campi della Pianura Padana, ma deriverebbero dai deserti asiatici del Mar Caspio a seguito di alcune correnti dirette verso Nordovest.

Sempre secondo l'Ispra, l'agricoltura sarebbe responsabile per l'11% del Pm10 e del 3,2% del Pm2.5; l'agenzia comunica anche che dal 1990 il complessivo ammontare del particolato da allevamento si sia ridotto da 40 a 30 mila tonnellate. Ciò che si dovrebbe fare sarebbe aumentare le risorse destinate alla ricerca per migliorare i metodi di dispersione dei liquami animali mediante la loro trasformazione, per tornare a considerarli ciò che erano un tempo, una risorsa preziosa chiamata letame.

"L"agricoltura e gli allevamenti sono responsabili del 12% del totale dei particolati in atmosfera" sostiene il dottor Giuseppe Pulina, professore di zootecnica all'Università di Sassari e presidente di Carni Sostenibili, l'associazione no profit per l'informazione scientifica sul mondo della produzione sostenibile e il consumo consapevole di carne e salumi. Pulina già alla metà di aprile spiegava: lo studio della Società italiana di medicina ambientale mette in correlazione l'alto numero di contagi verificatisi in alcune provincie dell'Italia del nord con lo sforamento delle soglie di attenzione del Pm10.

Pur autorevole per gli autori coinvolti, lo studio è comunque prudente nelle conclusioni in quanto il lavoro non ha misurato direttamente la trasmissibilità di Covid19 mediante Pm10 (lo assume in analogia con altri patogeni), e ha correlato i contagi con le emissioni. Ma una correlazione non è una causa diretta; senza un nesso causale certo, entrambe i fenomeni osservati potrebbero dipendere dal fatto che alti tassi di particolato e di contagi sono favoriti dalla densità della popolazione. In un'area affollata c'è più traffico, più riscaldamento e più attività economica dalla quale dipendono i picchi di Pm10, ma è anche più elevata probabilità di contrarre una patologia ad altissima contagiosità interpersonale come il Covid19".

Dunque mucche e maiali hanno causato al massimo meno di un sesto di tutta l'emissione di ammoniaca nell'aria, fenomeno poco contrastabile, ma forse qualcuno ha interesse che siano cedute quote di mercato alimentare ad altri comparti. Certo è che bovini e suini difficilmente potranno passare sotto le telecamere di una Ztl o vivere a "deiezioni alterne" e fortunatamente è ancora impossibile far nascere vitelli omologati Euro6.

Due minuti di scienza

Realtà travisata per tesi allarmistiche

Il professor Pulina cita lo studio del collega Alberto Atzori dell'università di Sassari, secondo il quale l'emissione di ammonica allo stato gassoso nelle stalle bovine dipende principalmente dalla decomposizione dell'urea escreta con le urine degli animali. L'emissione di ammoniaca dalle deiezioni è ai minimi durante l'inverno ed è massima nei periodi estivi, nonché superiore nelle regioni del sud rispetto a quelle del nord per le differenze climatiche.

Il liquame viene raccolto nei vasconi all'aperto dove la sua volatilità è bassa rispetto al totale (10%) ed è inibita dalle piogge, aspetto particolarmente importante quest'anno nel quale abbiamo registrato un inverno molto piovoso fino a fine dicembre. Molti allevamenti si sono adeguati per prevenire questa volatilizzazione applicando coperture sui vasconi o con l'uso di cosiddetti biodigestori, formando quindi una crosta naturale che limita le emissioni di ammoniaca. La fase di emissione nel momento dello spandimento (quando si disperde il liquame nel terreno) dovrebbe essere molto bassa e vicina a zero se la pratica è eseguita secondo la norma in vigore con l'immediato interramento del refluo. Infine, le deiezioni suine sono veicolate nella maggior parte degli allevamenti a mezzo liquido e con additivi acidificanti che riducono la volatilizzazione dei composti.

Facendo i conti, nel periodo tra novembre 2019 e febbraio 2020 è stato emesso meno del 21% dell'ammonica che si produce in un anno in un allevamento. Dunque gli allevamenti non hanno contribuito agli aumenti osservati di Pm10 nei mesi coincidenti con la prima diffusione del Covid19. I picchi invernali di particolato osservati in alcune provincie lombarde sono dovuti principalmente a riscaldamento (soprattutto a legna) e all'aumento di traffico veicolare del periodo pre-Covid19.

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