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Miracoli e massacri in sala operatoria

Un libro porta alla luce decine di casi di misfatti, operazioni dissennate, ostinati pregiudizi e molto altro compiuto dai chirurghi

Sul tavolo operatorio della Maryland School of Medicine, in un’atmosfera di concentrata tranquillità, un’équipe di chirurghi ha fatto volontariamente morire una persona. E conta di ripetere l’intervento su altri nove pazienti. Del resto è l’unico modo per riportarli, un paio di ore dopo, in vita. La frontiera più avveniristica della chirurgia, che in questo caso assomiglia alla magia di antichi stregoni, consiste nel raffreddare il corpo di pazienti con arresto cardiaco, in seguito a ferite da coltello o da arma da fuoco, fino a 10 gradi Celsius, sostituendo il sangue con una soluzione salina gelata.

La tecnica sperimentata negli Stati Uniti (gli interventi sono parte di un trial clinico autorizzato dalla Fda) si chiama Epr da «Emergency preservation and resuscitation», o più semplicemente «animazione sospesa», e induce lo stop quasi completo dell’attività cardiaca e cerebrale. Il paziente, in pratica, è tecnicamente morto. La buona ragione per farlo? A 36-37 gradi le cellule hanno bisogno di energia per vivere, ma se dal cuore in sofferenza non arriva più ossigeno nel giro di pochi minuti si verificano danni irreversibili. Il congelamento impedisce questi danni a catena in persone destinate, altrimenti, a morte certa.

Così «cristallizzati», i pazienti vengono portati in sala operatoria dove i chirurghi hanno due ore di tempo per operare le ferite e poi rialzare la temperatura, in modo che il cuore riprenda a battere e il cervello riacquisti coscienza. A inizio 2020, afferma il responsabile del trial Samuel Tisherman, si saprà quanti dei dieci pazienti previsti nell’esperimento saranno stati «spenti e riaccesi».

La possibilità di sfumare i confini fra la vita e la morte, manipolando entrambe in modo millimetrico, ci proietta in una sfera di poteri quasi illimitati. Ma questo strabiliante «tagli e cuci» è conquista recente: fino alla prima metà del Novecento la chirurgia andava a tentoni. A volte, certo, salvava le vite. Ma più spesso procedeva tra insuccessi, fallimenti, errori disastrosi, operazioni dissennate. L’idea generale era «grandi tagli, grandi chirurghi». Gli interventi mininvasivi non arrivarono che alla fine degli anni Ottanta. E sino a metà del 1800 chi finiva sotto i bisturi lo faceva da sveglio. Anche cavare un dente era un piccolo assaggio di inferno.

La storia della chirurgia, con i suoi tonfi e trionfi, è raccontata in modo magistrale nel libro appena uscito Sotto i ferri (Codice edizioni), scritto dal chirurgo olandese Arnold van de Laar. Un viaggio illuminante e a tratti agghiacciante nel corpo fatto a pezzi. Oggi la sala operatoria è un luogo pulito, sterile e bene illuminato che odora di disinfettante, il poco sangue che il paziente perde viene subito aspirato, il battito cardiaco è visualizzato sui monitor, i chirurghi parlano dei fatti loro. «Ma se vedessimo una sala operatoria del 18° secolo» avverte van de Laar «ci spaventeremmo a morte. Le grida erano raccapriccianti, c’era sangue che schizzava da tutte le parti e il fetore della cauterizzazione in seguito a interventi di amputazioni era nauseante. Era come stare dentro un film dell’orrore».

E prima ancora, era semplicemente un massacro. Il chirurgo era un tizio che andava da una città all’altra e la sua dotazione più preziosa, a quanto pare, era un cavallo per poter scappare prima che i parenti del malato lo inseguissero inferociti. Ad Amsterdam, il 31 maggio 1651, ci fu persino il caso di un fabbro che, esasperato dal dolore dei suoi calcoli e dall’imperizia dei dottori (tre interventi falliti), decise per il fai-da te. Mandò la moglie al mercato ed effettuò l’operazione di rimozione con un coltello della sua officina. Incredibilmente sopravvisse, e divenne famoso in tutta Olanda.

Del resto, senza la possibilità di vedere nel corpo dei malati, dotati di attrezzi rudimentali, incuranti di qualsiasi norma igienica, i chirurghi aprivano e tagliavano secondo la modalità «o la va o la spacca». L’équipe, se vogliamo chiamarla così, era composta da 5 o 6 persone: una era il medico, gli altri erano energumeni che tenevano ferma la vittima. «Soprattutto bisognava essere veloci» rievoca van de Laar. «Il chirurgo londinese Robert Liston iniziava sempre i suoi interventi chiedendo al pubblico: “Misurate quanto tempo impiego, signori, misurate!”. I chirurghi indossavano un camice nero così non si vedeva che era sporco di sangue. Alcuni si vantavano del fatto che il loro era talmente inzuppato di sangue secco da stare in piedi da solo».

Anche l’avvento dell’anestesia ci mise tempo a cambiare le cose. Proprio perché la fama di un chirurgo era legata alla rapidità, molti di loro diffidavano di quella specie di narcosi: una baracconata per incapaci. Ci volle una regina inglese per sbloccare la situazione: nel 1853 Victoria von Hannover, madre di sette figli, all’ottava gravidanza si rifiutò di sottoporsi a quella che definiva un’esperienza «animalesca». E pretese al suo fianco John Snow, anestesista dilettante. Il dottorino, figlio di contadini, addormentò la regale partoriente con 15 gocce di cloroformio somministrate con una mascherina di sua invenzione. La regina si risvegliò estasiata («il cloroformio è piacevole oltre ogni misura» disse) e la notizia si diffuse come un fulmine. Lancet pubblicò un articolo critico, i cattolici erano contrari: la donna doveva partorire con dolore. Ma il pubblico pretese la magica pozione e i chirurghi dovettero adeguarsi. La prima rivoluzione in chirurgia era stata compiuta.

Un’altra, fondamentale, fu l’introduzione dell’igiene (lavarsi le mani prima di operare, visto che i medici si esercitavano su cadaveri), misura anch’essa fieramente avversata dalla categoria. E poi, la laparoscopia, con il primo intervento nel 1975. I chirurghi ne erano soddisfatti? Macché. Dovendo tenere con una mano il laparoscopio per vedere dentro il paziente, ne restava solo una per operare. Si convinsero solo quando arrivarono videocamere Ccd per elaborare le immagini e schermi su cui vederle.

A raccontarla così, sembra che la chirurgia sia stata, per gran parte del suo percorso, uno slalom fra testardaggini, resistenze, vecchie abitudini e pregiudizi duri a morire. Ma il saggio racconta anche di operazioni incredibili fatte da menti audaci. Una per tutte: a 69 anni, nel 1948, Albert Einstein si ritrovò con un dolore intenso nella parte alta dell’addome. Viveva ormai a New York, dove il chirurgo berlinese Rudolph Nissen gli diagnosticò un aneurisma dell’aorta addominale grande quanto un pompelmo. Per salvare la vita al geniale paziente, si servì di una tecnica insolita: «Avvolse l’aneurisma con il cellophane, lo stesso che si usa per dolci e pane. L’idea era che quella sostanza estranea ma solubile inducesse la produzione di tessuto cicatriziale in grado di rinforzare la parete sottile dell’arteria dilatata, ritardandone l’inevitabile rottura».

E così fu. Con quel pompelmo nell’aorta, Einstein avrebbe avuto un anno di vita. Ne visse altri sette. Nel 1955 l’aneurisma stava di nuovo per rompersi. Il chirurgo vascolare Franck Glenn gli propose un altro intervento ma lui rifiutò, dicendo (come l’indimenticabile replicante di Blade Runner): «È tempo di morire». Pazienti celebri furono anche il Re Sole (per una fistola), Farinelli (castrato da bambino), Lenin (rimozione di un proiettile), Robert Kennedy (ma fu inutile) e Carol Wojtyla (un repertorio impressionante di operazioni). Se aprite il libro li trovate tutti lì, in attesa del bisturi, svegli e impauriti, o serenamente anestetizzati.

Oggi la chirurgia procede per sottrazione: meno tempo sotto i ferri, meno tagli, mini-incisioni. Robot operano con infinita precisione, navigazione e realtà virtuale permettono acrobazie impensabili. Il bisturi arriva persino a operare, con incredibile delicatezza, feti di pochi mesi. Certo, le sale operatorie ospitano ancora interventi controversi: molte operazioni a schiena, anca, ginocchio, ernia del disco sono superflue, come ammettono numerosi studi, e si sa ormai che i benefici degli stent coronarici medicati (che aprono le aorte e rilasciano i farmaci) sono sopravvalutati. Fino a qualche decennio fa si toglievano le tonsille a quasi tutti i bambini. Si scoprì solo dopo che, se non erano infiammate, era meglio lasciarle dove stavano.

Del resto, ogni chirurgo ama incidere, tagliare, rimuovere, ricucire. E sentirsi un po’ dio. Nel 1800, Robert Liston (quello che incitava a misurare i tempi dei suoi interventi) avrebbe potuto dire di sé «Io sono leggenda». Lo chiamavano «il coltello più veloce del West End», tanto che gli spettatori non riuscivano quasi a seguirne i movimenti. Mentre operava teneva il bisturi in bocca per averlo sempre a portata di mano, nell’asola della giacca aveva un mazzo di fili per legare i vasi sanguigni, stringeva le legature con i denti per avere le mani libere e fare più in fretta.

Una volta tagliò il testicolo di una persona, per errore, mentre la operava a un arto. In un’altra occasione ferì alla mano il suo assistente e il sangue scorreva così copioso dalla gamba del paziente e dalla mano del poveretto che un osservatore morì di spavento. Visto che alla fine paziente e assistente morirono entrambi per cancrena, probabilmente fu l’unico intervento nella storia della chirurgia con un tasso di mortalità del 300 per cento.

Liston, che nonostante tutto fu un grande, oggi sarebbe il primo a voler congelare e scongelare i pazienti nel giro di due ore, tempo massimo consentito. Che cosa sono i chirurghi, si chiede van de Laar. Pazzi privi di coscienza? Eroi? L’avvento della tecnologia, la nascita del codice etico e l’obbligo del consenso informato (ti taglio un po’, dimmi se sei d’accordo) non hanno risolto il dilemma. Alla fine non resta che fidarsi, prima che l’anestesia faccia effetto.

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