Rubygate: le dimissioni "choc" nel processo mediatico
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Rubygate: le dimissioni "choc" nel processo mediatico
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Rubygate: le dimissioni "choc" nel processo mediatico

Il presidente della Corte d’appello che ha assolto Berlusconi si dimette polemicamente. Ma è l’ultima mossa di una partita a scacchi mediatica

Le improvvise "dimissioni polemiche" di Enrico Tranfa, presidente della seconda sezione penale della Corte d’appello di Milano, dimostrano una volta di più che il Rubygate non è stato un processo normale, e forse nemmeno un processo: il Rubygate è stato (e continua a essere) soprattutto una partita a scacchi mediatica.

Sul Corriere della Sera di oggi si legge che Tranfa, 70 anni compiuti lo scorso settembre, avrebbe deciso ieri di andare in pensione con qualche mese d’anticipo e di uscire dalla magistratura per segnalare il suo totale irriducibile rispetto agli altri due giudici, Alberto Puccinelli e Ketty Locurto, che lo scorso 18 luglio lo avrebbero messo in minoranza in camera di consiglio, assolvendo Silvio Berlusconi dalla doppia accusa di prostituzione minorile e concussione.

Vedrete ora le polemiche che si alzeranno grazie a queste "dimissioni choc", come un polverone velenoso: vedrete i sospetti, le dietrologie, le insinuazioni ("Esprimo la mia solidarietà e un profondo senso di vicinanza nei riguardi del giudice Tranfa che lascia la toga con un gesto fermo e dignitoso" ha subito detto Sandra Zampa, vicepresidente del Pd).

Ecco, le "clamorose" dimissioni del giudice Tranfa si trasformano così nell’ultima mossa della lunga partita a scacchi iniziata nell’ottobre 2010 con le prime rivelazioni dei giornali, filtrate dalla Procura di Milano i primi interrogatori di Karima el Mahroug: da quel momento Berlusconi, allora presidente del Consiglio, viene sottoposto alla feroce campagna giornalistica del "bunga-bunga", la più dura, scientifica, devastante operazione mediatico-politica degli ultimi 20 anni.

Il Rubygate come procedimento penale, quello, viaggia su altri binari rispetto alla campagna mediatica. Lo nutre, ovviamente, e lo fa soprattutto in alcuni momenti topici. Il primo nel gennaio 2011, con la sapiente, capillare divulgazione delle 389 pagine piene d’intercettazioni sull’entourage berlusconiano e sulle «notti di Arcore», che ancora oggi affollano internet. Poi, nel febbraio di quell’anno, arriva il rinvio a giudizio, uno degli elementi che nove mesi più tardi contribuiranno al disarcinamento politico del Cavaliere. Quindi nel giugno 2013 la durissima condanna di primo grado (7 anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici).

Quando però quella condanna viene ribaltata in tribunale con l’assoluzione in secondo grado, è evidente che serve altro. È come se, persa in malo modo questa guerra giudiziaria contro Berlusconi, lo schieramento a lui avverso pretenda comunque di proseguire la battaglia con altri mezzi. Ed ecco che le "dimissioni choc" di Tranfa riaprono la partita.

Ma è un gioco insopportabile: una strumentalizzazione che nulla ha a che vedere né con l’onestà intellettuale, né con la Giustizia, né con le regole di un vero Stato di diritto. Esprime soltanto il più squallido desiderio di gogna, purtroppo vellicato dai mass media in questa come in tante altre cronache giudiziarie.

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