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Riforma della Rai: siamo sicuri che garantisca il pluralismo?

Matteo Renzi ha varato il piano che modifica la composizione del consiglio di amministrazione. Premiando 6 a 1 la maggioranza

C’era una volta l’editto bulgaro. Dovete sapere che fu una delle più gradi minacce alla libertà di informazione nella storia d’Italia. Accadde che, a cavallo del cambio di secolo, la RAI era saldamente nelle mani di sinceri democratici. Ne erano protagonisti figure di assoluta imparzialità, prive di ogni accento fazioso, come Michele Santoro e il decano del giornalismo italiano, il venerando maestro Enzo Biagi. Costoro adempivano con specchiata, e molto ben pagata, onestà intellettuale al dovere di informare ogni sera gli spettatori su quale bieco mascalzone fosse il capo dell’opposizione, divenuto poi dal 2001, Presidente del Consiglio votato dagli italiani.

Un brutto giorno, accadde che quel Presidente del Consiglio, che si chiamava Silvio Berlusconi, trovandosi in Bulgaria, disse che gli pareva strano che la TV pubblica svolgesse, sempre a spese del contribuente, una feroce campagna di diffamazione contro una parte politica, per di più votata dalla maggioranza dei cittadini. Non c’è bisogno di spiegare, naturalmente, quanto eversive, liberticide, intimidatorie fossero queste parole.

Fortunatamente contro l’editto bulgaro si sollevarono tutte le coscienze democratiche e antifasciste, a partire dalla legione, sempre pronta alla battaglia, degli intellettuali militanti. Sulle terrazze di Roma, fra una tartina al caviale e una flûte di champagne millesimato, si vibrava di indignazione, e gli appelli si susseguivano alle denunce. I giornalisti RAI risposero con grande fermezza: Beppe Giulietti, storico capo dei sindacati RAI e storico fidanzato di Lilli Gruber, tuonava in Parlamento, mentre Enzo Biagi – caso unico nella storia – veniva elevato agli altari già da vivo.

Oggi per fortuna non c’è più nessun Caimano che minaccia le nostra libertà televisiva. A fare editti c’è un Premier dem, che piace alla gente che piace, e che finalmente ha varato la riforma che gli italiani aspettavano da anni: via le mani dei partiti dalla RAI.

Matteo Renzi, non c’è dubbio, quello che promette fa. E infatti con la sua riforma “i partiti”, al plurale, escono dalla RAI. Rimane “il partito”, cioè il suo. Una bella differenza.
Oggi i consiglieri di amministrazione RAI, con la Legge Gasparri in vigore, sono nove, con la riforma Renzi diventeranno sette. Un bel risparmio, non c’è che dire. Di quei nove, due erano scelti dal Governo, e sette dal Parlamento (quattro di maggioranza e tre di opposizione). Quindi il risultato era che il CDA, odiosamente lottizzato, era costituito da sei esponenti “filogovernativi” e tre all’opposizione. Con la riforma Renzi i due scelti dal Governo rimangono, i sette scelti dal Parlamento scendono a quattro, tre di maggioranza e uno d’opposizione (ovvio, il Parlamento – rappresentando i cittadini - non deve avere troppo potere) e uno lo scelgono i giornalisti RAI (cioè l’USIGRAI, sindacato maggioritario schieratissimo a sinistra).

Dunque, da sei a tre si passerà a sei a uno per la maggioranza, con evidente vantaggio del pluralismo. Certo, non si può più parlare di lottizzazione, perché ogni lottizzazione suppone che alla minoranza sia garantito uno spazio più o meno proporzionale.

C’è di più: poiché le opposizioni in Parlamento sono più di una, e non omogenee fra loro (Forza Italia, i Grillini, la Lega ecc.), sarà di fatto Renzi a decidere a quale delle minoranza concedere quell’unico rappresentante. Così si eviteranno le solite avvilenti trattative fra i partiti.
Questa volta, ne siamo certi, non vi saranno girotondi, i salotti e le redazioni non vibrano di indignazione.

Se fosse stato Berlusconi a cambiare la governance della RAI in modo da eliminare ogni opposizione, questo sarebbe stato naturalmente l’anticamera della dittatura.
Ma Renzi è un sincero democratico garante del pluralismo. Così garante che lo riassume tutto in se stesso. Non avendo idee proprie, in effetti, può rappresentare senza difficoltà tutte quelle degli altri. E quindi meglio, molto meglio che ci sia solo lui, anche nella TV pubblica.
Non saranno mai stati così liberi, i giornalisti RAI, di adeguarsi con entusiasmo al padrone.

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