La (finta) riforma delle province di Renzi
ANSA/GIUSEPPE LAMI
La (finta) riforma delle province di Renzi
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La (finta) riforma delle province di Renzi

Quanto approvato ieri al Senato (per pochi voti) è una bufala. Per favore, Renzi, non ci prenda in giro - Cosa prevede la norma sulle città metropolitane

L’abolizione delle province è una mezza bufala. Forse, addirittura, una bufala e mezza. Il tempo dirà chi ha ragione. Il tempo darà probabilmente torto a chi oggi propaganda l’ammuina per riordino, il cambio di nome per abolizione, la moltiplicazione delle poltrone per semplificazione, una lieve sforbiciata ai costi e la nascita di nuovi centri di spesa per un risparmio da 1 miliardo di euro.   

La mia sommessa preghiera di italiano è: non prendeteci per i fondelli. Preghiera che rivolgo al governo Renzi e alla maggioranza che ha votato al Senato la cosiddetta riforma delle province. Non spacciate per favore quel testo come la norma rivoluzionaria che le abolirà e salverà i conti dello Stato. Non è così e l’abbiamo capito. Non ci sarà il risparmio miliardario strombazzato dal Palazzo. Il commissario alla spending review, Cottarelli, indica un risparmio immediato nel 2014 di 100 milioni, più altri nel tempo ma a condizione di ulteriori misure ancora da prendere e per le quali non basterà il tempo fissato. Gran parte del risparmio altro non sarebbe, per il momento, che la conseguenza di mancate elezioni. 

Sappiamo (sappiate) che la Corte dei Conti e l’Ufficio bilancio del Senato hanno messo agli atti dubbi e perplessità. La relazione della prima, tutta nel segno della critica seppure nel criptico linguaggio dei burocrati, nota per esempio che “i risparmi effettivamente quantificabili sono di entità contenuta, mentre è difficile ritenere che una riorganizzazione di così complessa portata sia improduttiva di costi”. Eufemismo amministrativo per dire che neppure i magistrati contabili credono alla riforma. Inoltre, potrebbe incidere sulla spesa pure “la previsione dell’articolazione del comune capoluogo della Città metropolitana in più comuni”. Complesso il meccanismo che ridisegna funzioni e competenze. E la riforma di per sé non tocca “l’articolazione periferica dello Stato”. Cioè una miriade di sedi locali, uffici territoriali, emanazioni eccentriche che sono altrettanti centri di spesa. La città metropolitana diventa un mega-comune (con profili di incostituzionalità se il suo sindaco è automaticamente quello del comune principale che in realtà non può essere rappresentativo degli altri), senza considerare i tanti “livelli intermedi” territoriali dai nomi e dalle sigle più disparate da ridefinire, svuotare o riempire attraverso meccanismi di costruzione e ricostruzione complicati, con eccezioni di tempi e proroghe che già adesso arrivano a tre anni. Una babele amministrativa per la quale alla fine la montagna partorirebbe un topolino.

Morale della favola: noi vogliamo credere che l’intento di Renzi sia buono, che il governo voglia davvero metter mano al sistema e sfrondarlo, che la riforma-bufala delle province sia solo una falsa partenza come lo è stata la nuova legge elettorale monca della riforma del Senato, e che chi si oppone denunciando la farsa voglia in realtà mantenere un set di poltrone utili alla perpetuazione di un sistema clientelare. Ma, certo, se davvero l’Italia va cambiata i pannicelli non bastano. E le finte ancora meno. 

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