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In ricordo di Luigi Calabresi

Perché è necessario continuare a parlare della morte del poliziotto ucciso il 17 maggio del 1972

Esattamente 45 anni fa, il 17 maggio, alle 9.15 di mattina un giovane funzionario di polizia usciva dalla sua abitazione in una via semi-centrale di Milano, dirigendosi verso la sua auto parcheggiata di fronte. Sulla macchina non salirà mai: due colpi di Smith & Wesson posero fine alla carriera e alla vita di uno dei migliori poliziotti che Milano e l’Italia abbiano mai avuto. Si chiamava Luigi Calabresi. Lasciava la moglie incinta e due figli, uno dei quali oggi è il direttore di Repubblica.

Per il suo assassinio solo molti anni dopo, nel 1997, al termine di una serie lunghissima di processi, furono individuati dei colpevoli. La sentenza di condanna definitiva, che portò fra gli altri in carcere il giornalista Adriano Sofri, lasciò più di un dubbio. Al di là di ogni opinione sulla colpevolezza dei condannati, una giustizia che arriva 25 anni dopo è sempre una giustizia discutibile.

Ma come sappiamo bene noi qui all’Inferno, dove si applica una Giustizia ben più Alta, la giustizia umana è per definizione quanto di più fragile e approssimativo. A questo bisogna rassegnarsi.

Però di Calabresi è necessario continuare a parlare, a raccontare per chi non c’era, non ricorda, non ha studiato. Per chi crede ancora, come ha osato scrivere uno dei protagonisti di quella stagione che “quegli anni” fossero “formidabili”. Per chi avvolge nell’aura romantica della nostalgia di una gioventù un po’ idealista, un po’ scapigliata, quella che fu in realtà una stagione di sangue, di violenza, di terrorismo.

Parliamo di una stagione che uccise sul nascere i pochi embrioni di libertà che portava nel suo seno, che non ci ha lasciato la “fantasia al potere”, come gridavano gli studenti della Sorbona e quelli delle università italiane. Ha portato invece al potere, potere culturale, morale, di influenza sulla vita pubblica, se non direttamente potere politico, una categoria mediocre di professionisti della rivoluzione, di conformisti dell’anti-conformismo, di intellettuali, pensatori, artisti pronti ad abbracciare ogni causa, anche sbagliata, dalla guerra del Vietnam (ovviamente dalla parte dei comunisti, contro la libertà) fino al più casareccio linciaggio, fisico e verbale, della polizia.

I francesi, che sono sempre raffinati, inventarono la perfetta definizione di gauche-caviar, sinistra al caviale, che fra una tartina e un bicchiere di champagne solidarizzava con i Vietcong ed esprimeva orrore per le violenze dei volgari e incolti agenti di Pubblica Sicurezza. Pierpaolo Pasolini, uno dei pochi intellettuali italiani a non essere terribilmente banali, spiegava come i contestatori avessero la faccia e i vizi dei figli di papà, mentre i poliziotti erano “figli di poveri”, ma non lo ascoltò nessuno, anzi fu considerato ancora più eretico.   

“Formidabili quegli anni”: forse è vero, perchè da quegli anni sono nati tutti i vizi che ancora ci portiamo addosso, a cominciare dal ricatto culturale, dalla neo-lingua orwelliana, dal politicamente corretto con cui la sinistra, se ha perso il potere politico, mantiene saldamente l’egemonia culturale nel nostro sfortunato paese.

E fu proprio in nome di quel conformismo che Calabresi fu ucciso. Perché Calabresi non corrispondeva affatto alla caricatura dello sbirro rozzo, violento, sostanzialmente stupido. Calabresi era intelligente, colto, pieno di umanità. Piaceva persino ai suoi avversari, l’anarchico Giuseppe Pinelli, morto in questura in circostanze mai chiarite, era quasi un suo amico.

Eppure proprio a quella morte Calabresi fu crocifisso. L’unica cosa certa è che Pinelli non è stato ucciso, tantomeno da Calabresi, eppure quel giorno partì la gara ad indicarlo come assassino. Uno dei giornaletti della sinistra extraparlamentare, Lotta Continua, diretto da Sofri, si distinse per il linguaggio odioso, violento, crudele (ed è per questo che non riusciamo a considerare Sofri una vittima, anche se la sua colpevolezza giudiziaria è discutibile).

Ma Lotta Continua da sola avrebbe potuto fare poco, senza il coro dei grandi giornali, senza la canea di insulti degli intellettuali e degli opinionisti, senza la pressione intollerabile creata intorno a Calabresi. Le scritte minacciose sui muri di Milano, da nessuno condannate e da nessuno cancellate, erano l’aspetto più vistoso ma non il più insidioso di questa campagna d’odio. Ben più osceno dello sfogo murale di qualche adolescente vi fu l’appello, pubblicato dall’Espresso, nel quale ben 757 maîtres à penser non evitavano ad indicare nel commissario Calabresi il responsabile della fine di Pinelli, né a definirlo “commissario torturatore”.

Fa impressione rileggere questo elenco oggi, è troppo lungo per pubblicarlo tutto, vi si trovano quasi tutti i nomi significativi della cultura italiana contemporanea: da Giorgio Bocca a Norberto Bobbio e Camilla Cederna (ovviamente), da Umberto Eco a Federico Fellini, da Dario Fo a Renato Guttuso, da Alberto Moravia a Luigi Nono, dallo stesso Pasolini (ahimè) a Eugenio Scalfari, da Oliviero Toscani a Cesare Zavattivi.
Pochissimi dei firmatari espressero pentimento, negli anni successivi.

I più, invece, ci presero gusto. La lapidazione mediatica e il conformismo intellettuale sono vizi ai quali in la cultura e l’informazione non hanno più saputo rinunciare, fino ai giorni nostri, nel quali grazie al Cielo la gente è abbastanza ragionevole o abbastanza disillusa da non prenderli più tanto sul serio.
Anche per questo è bene non dimenticare.

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