Il caso Moro tra nuove rivelazioni e vecchie dimenticanze
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Il caso Moro tra nuove rivelazioni e vecchie dimenticanze
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Il caso Moro tra nuove rivelazioni e vecchie dimenticanze

Grande rumore sullo strano caso dei due agenti segreti presunti «fiancheggiatori delle Br». Ma tutti ignorano una sicura verità: e cioè che nel 1979 gli assassini di Moro furono arrestati nella casa romana del capo del Kgb in Italia

Grande rumore stanno facendo le rivelazioni di un ispettore a riposo della polizia torinese, il quale ha dichiarato ai magistrati che il giorno del rapimento di Aldo Moro, in via Fani a Roma, su una moto Honda sarebbero stati inviati due agenti dei servizi segreti con il paradossale compito di «aiutare le Brigate rosse» nell'impresa. Come sempre in questi casi c'è chi è scettico e pensa all'ennesimo depistaggio, chi ci crede e grida allo Stato complice. E c'è chi fa spallucce, come se ormai sulla vicenda dovesse comunque scendere il silenzio: tanto...

A me, ogni volta che si parla del caso Moro, torna invece alla memoria un documento che rimase sepolto nelle carte della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Mitrokhin, l'ex spione russo che aveva copiato migliaia di documenti del Kgb, nei quali si trattava anche dell'Italia. Era il 2002. La commissione Mitrokhin aveva analizzato il ruolo di Giorgio Conforto, detto «Dario», nato nel 1908 e morto nel 1986, considerato il più antico e importante agente sovietico in Italia, tanto da essere perfino decorato con la stella all'Ordine di Lenin. E sull'agente Dario, ex dirigente del ministero degli Esteri (nel 1932 era stato infiltrato dal Kgb nel Partito nazionale fascista), la commissione Mitrokhin aveva scoperto un anomalo ruolo nel rapimento di Moro.

In un'audizione era stato l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, ministro dell'Interno nel periodo del sequestro, a rivelare che il 29 maggio 1979 era stato proprio Conforto a segnalare alla questura di Roma che i due brigatisti Adriana Faranda e Valerio Morucci, un anno prima attivi nel rapimento dello statista, erano a casa dell'agente segreto. La polizia, subito accorsa all'indirizzo (il quarto piano di viale Giulio Cesare, 47), vi aveva fatto un'importante scoperta: con i due latitanti c'era la mitraglietta Skorpion usata per uccidere il leader della Dc.

La figlia di Dario, Giuliana Conforto, docente universitaria e titolare dell'appartamento, fu arrestata per favoreggiamento e poi scagionata. Nella commissione Mitrokhin c'era stato chi si era convinto che la soffiata di Dario fosse in realtà il prezzo di uno scambio strategico: «Non è inverosimile» aveva dichiarato Enzo Fragalà, l'ottimo commissario di An ucciso nel febbraio 2010 in circostanze mai del tutto chiarite «che Conforto sia riuscito, in un sol colpo, a eliminare con Morucci e Faranda l'ala trattativista delle Br, più lontana dagli interessi del Kgb, e anche a ottenere l'immunità per la figlia».

Ecco, ogni volta che esce qualche strana novità sul caso Moro, a me viene in mente invece l'agente Dario, con la sua bella stella all'Ordine di Lenin. E ogni volta mi domando quanto strano sia questo Paese, che si appassiona alle storie più strane e nulla sa di altre storie, peraltro sicuramente vere, come quella di Giorgio Conforto e del suo appartamento in viale Giulio Cesare. Poi sorrido nel domandarmi che cosa sarebbe mai accaduto se nel 1979 si fosse scoperto che i due brigatisti-rapitori e la mitraglietta che aveva ucciso Moro fossero stati ospitati non nella casa della figlia del capo del Kgb in Italia, ma in quella della figlia del capo della Cia. 

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