Giovanni Floris
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Floris e fauna della Rai

I "minatori" dell’Usigrai rifiutano i tagli ma questa volta sono rimasti soli. Perché i sapientoni delle telecomunicazioni hanno già scelto Renzi.

La Rai è casta e meretrice. Il servizio pubblico dovrebbe edificarci e ammaestrarci, il servizio commerciale intrattenerci con ogni mezzo a disposizione. Ma lo sciopero generale corporativo annunciato e poi ritirato dai "minatori" dell’Usigrai, gli impiegati di superficie che nell’azienda dei partiti trovarono un tempo l’oro e adesso solo delusioni e schiaffoni rottamatori, dimostra che la ragazza non ha più grandi favori da offrire né ammaestramenti da dare. Ieri era il baluardo contro il privato, oggi è lo spreco pubblico contro i conti in ordine del privato. Sic transit. La cellula sindacale e la lotta guidata dall’armata dei vicedirettori delle sedi regionali, tutto questo non si porta più. I giornali pestano, in ansia di prestazione da renzismo rampante. Si fanno conti. Sì, dice il suo capo Luigi Gubitosi, sì, è vero, c’è un mercato, ma noi dobbiamo razionalizzare i costi, colpire i conduttori troppo pagati, vendere quanto necessario del patrimonio per ridurre il canone e intanto per destinarne una parte alla riduzione nazionale della spesa pubblica. È una cosa che dura da sempre, in realtà, da quando si polemizzava per le dichiarazioni di nonno Bettino Craxi, di cui il nipotino Matteo Renzi è un emulo, contro il salario di Raffaella Carrà.

La grande mantenuta Rai ora s’è mossa sulla via delle barricate, ma la mossa non convince. Un pezzo dell’establishment interno ed esterno alla mamma degli italiani ha mollato il sindacato e le maestranze. Giovanni Floris, conduttore di Raitre, è rimasto solo, combattivo contro il premier che lo ha titillato e un po’ sbeffeggiato, ma solo. Dicevano che fosse mandato dal suo direttore generale, che non viene ricevuto a palazzo da tempo, invece era mandato dalla sua sola cultura, che è quella della Rai pura e inconcussa contro il conflitto di interessi berlusconiano. Ma è una favola che non regge più. Ora anche dal governo di sinistra, il governo della Ruota della fortuna, si osserva che Mediaset dimostra come si possano fare a costi estremamente ribassati più o meno gli stessi ascolti, e senza canone. La Repubblica rivela che gli sherpa della maggioranza renziana nel segreto stanno elaborando nuove regole da sostituire a quelle invecchiate della legge Gasparri. Sarà come sempre anche una trattativa commerciale e politica, le industrie sono industrie, e quelle della comunicazione non fanno eccezione, se c’è un’industria di Stato bisogna venire a patti con il mercato e con i soggetti privati. Andranno oltre la Gasparri, ma gli chiederanno una consulenza, a quelli che l’avevano scritta.

Intorno alla Rai, in un’epoca di antipatia verso gli scioperi corporativi, si salderà un fronte veteroclassista, debole e sconfitto in partenza, ma contro la Rai in sciopero poco virtuoso scenderanno nella piazza mediatica i sapientoni delle telecomunicazioni, quelli che a Renzi vorrebbero dare il cinque e non ci stanno a farsi coinvolgere nella più impopolare delle contese. Stavolta la ditta mediatica che è passata da Bernabei e dai suoi mutandoni alla lottizzazione più rigorosa, fino all’anarchia scosciata dell’ideologia unica "de sinistra" ha, se non le ore o i giorni, le settimane o i mesi o i decenni contati.

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