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Qualche dubbio sul caso Matei

Condannata per "l'omicidio dell'ombrello", che sconvolse l'opinione pubblica, era uscita per buona condotta. Ora ci torna. Grazie all'opinione pubblica

doina-mateiUna foto di archivio mostra la romena Doina Matei la romena di 23 anni che nella metropolitana di Roma, il 26 aprile 2007, uccise con un colpo di ombrello la giovane Vanessa Russo ANSA/ CLAUDIO PERI/ DBA

Mi rendo conto che non è facile per un giornalista scrivere a favore di una donna condannata per omicidio: è così anche se l'omicidio non è volontario, ma preterintenzionale, cioè è causato da un atto che non intende causare la morte, ma va oltre le intenzioni dell'omicida. Non è per nulla facile nemmeno fare il giudice, e mi rendo conto anche di questo.

Ma credo che nella storia di Doina Matei qualcuno debba pur dire che la giustizia italiana non può decidere in base alle urla di piazza, alla negatività dell'opinione pubblica, allo strepito di un social network. Non è questa la giustizia: se esistono regole, vano rispettate prescindendo dalla piazza, dall'opinione pubblica.

La storia. Dorina Matei è la 20enne che nell'aprile 2007, nella metropolitana di Roma, aveva duramente litigato con una povera ragazza, la coetanea Vanessa Russo. Nella colluttazione seguita al litigio, Matei aveva ucciso Russo colpendola all'occhio con la punta dell’ombrello. Aveva anche tentato di fuggire con un’amica, ma era stata arrestata pochi giorni dopo, vicino a Macerata.

Matei era stata ovviamente processata e alla fine era stata condannata definitivamente a 16 anni di carcere. Dopo quasi nove anni scontati in prigione, grazie alla buona condotta aveva da poco aveva ottenuto da un giudice una misura alternativa al carcere per i quasi otto che le restavano da scontare.

Il suo errore è stato pensare di poter usare uno di quei permessi per andare a Venezia. Per fare un bagno al Lido. E per sorridere davanti a un obiettivo. Le sue foto, postate su Facebook, sono state pubblicate alcuni giorni fa dai giornali. E subito i social network si sono riempiti di ovvia indignazione. I giornali si sono riempiti di facile indignazione. I bar sport si sono messi a urlare di indignata indignazione.

Si sono mossi anche i pesi massimi del giornalismo. Massimo Gramellini, sulla Stampa, ha scritto: "Nove anni di carcere per un omicidio rappresentano la vergogna del legislatore italiano (...). Oggi però la questione sono le foto di felicità diffuse dall’assassina. Doina Matei ha tutto il diritto di essere contenta, visto che la legge glielo consente. Ma ha diritto di mostrare la sua contentezza al mondo, e quindi anche ai parenti della vittima, attraverso un social network?".

Francamente, io non so rispondere a questa domanda. È una questione complessa, che attiene alla coscienza, alla sensibilità. E mi rendo conto della pena e della infinita sofferenza che hanno provato e continuano a provare i familiari della ragazza uccisa nove anni fa. Ma non credo che nulla di tutto questo sia pertinente con la questione di giustizia che il caso oggi incarna.

Perché Dorina Matei, dopo il can-can che ho appena descritto, è stata riportata in cella, perché le è stata sospesa la semilibertà. E allora, mi spiace, ma io continuo a pensare che di certo Dorina Matei sia stata condannata giustamente per quel che ha fatto, però oggi penso anche che, se alla base di tutto c'è la protesta dell'opinione pubblica, riportare in carcere Doina Matei non sia un atto di giustizia.

Un giudice stabilisce che, anche se sei un'omicida, dopo 9 anni di carcere hai diritto alla semilibertà? Immagino lo faccia in base alle norme, alle leggi, rispettando procedure e calcoli. Userà anche il buon senso. Insomma, farà correttamente il suo lavoro. Questo credo perché ho fiducia nella giustizia. Ma allora quel giudice non torna sulle sue decisioni perché l'opinione pubblica si rivolta contro un sorriso in una fotografia, come fanno pensare le cronache .

Forse per la condannata era previsto il divieto a sorridere finché non avesse finito di scontare la pena, o la proibizione di pubblicare una foto su Facebook. Ma se è così, questa è una prescrizione che può essere scritta solo in un detestabile "Codice della giustizia a furor di popolo", non nel Codice penale o nel Codice di procedura penale di uno Stato di diritto.

Doina Matei è certamente colpevole del delitto che le è stato ascrittto. Aveva ovviamente cercato di chiedere scusa ai genitori di Vanessa Russo: ”Ho invocato il loro perdono, non ho avuto risposta. Tocca a me, ora, piegarmi a quel silenzio”. La morale ipocrita di questa vicenda è che, in quel silenzio, non avrebbe però mai dovuto sorridere, come scrive oggi la penna che meglio di ogni altra incarna l'opinione pubblica. Ecco la colpa, nuova ed estrema, di Doina Matei.

Dice giustamente Beniamino Migliucci, presidente dell'Unione delle camere penali: "Non conosco le motivazioni del giudice di Venezia, ma posso dire che una foto sorridente postata su un social non è un motivo sufficiente per sospendere il regime di semilibertà". Prosegue Migliucci: "Forse i giudici l'hanno ritenuto un comportamento inopportuno. Forse le foto sono state scattate nell'orario lavorativo. Forse hanno risentito della pressione dei media".

Se il motivo è il terzo, allora esiste un caso Matei che qualcuno, forse un ministro della Giustizia, dovrebbe affrontare con coraggio. Una volta tanto senza piegarsi al populismo giudiziario.


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