Priebke: perché ho preso a calci un morto
Priebke: perché ho preso a calci un morto
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Priebke: perché ho preso a calci un morto

Sono scesi in strada e quando è arrivato il feretro di Erich Priebke hanno attaccato il carro funebre. Come mai l’hanno fatto? «Panorama» lo ha chiesto a sette di loro. Queste le risposte.

Di Claudia Daconto e Terry Marocco

Era impressionante guardare le immagini scorrere su Al-Jazeera e gli occhi sperduti del giornalista: la violenza, gli scontri, le urla, un’atmosfera surreale intorno a un carro funebre. Il 15 ottobre ad Albano si è consumato un giorno di ordinaria follia? Quando nelle prime ore del pomeriggio si viene a sapere che arriverà il carro funebre di Erich Priebke, c’è il passaparola e una folla si raduna, protesta. Poi si scatena. Non vogliono che il boia delle Fosse Ardeatine abbia un funerale, celebrato dai padri lefebvriani, nel cuore della cittadina dei Castelli romani, medaglia d’argento al valore della Resistenza. Dicono: era come decidere di celebrare a Gaza il funerale di un soldato israeliano. La polveriera esplode alle 17, calci e pugni a un carro funebre non si erano mai visti, neanche nei filmati trasmessi dall’emittente araba abituata a tutto. Tafferugli, bombe carta, gente che sviene, il prete malmenato in mondovisione…
Chi erano i protagonisti intorno al feretro? Che cosa aveva spinto padri di famiglia, gente normale, a lasciare il lavoro per correre a oltraggiare la salma di un vecchio nazista? «Panorama» ha ricercato i protagonisti di quella maledetta giornata. Per chieder loro le motivazioni e i sentimenti che si agitavano dietro tanta rabbia. Per scoprire che ancora una volta da noi la storia è solo un discorso sospeso.

Non si era pentito, non merita rispetto
Ennio Morigi
Presidente Anpi di Albano, operaio della ex Fatme in pensione, 70 anni

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«Sono stato tra i primi a raggiungere il posto. Lo striscione “Priebke boia” l’abbiamo scritto lì per lì. All’arrivo del carro
i poliziotti hanno cominciato a spingere con forza per allontanarci dal cancello d’ingresso dell’Istituto San Pio X ed è stato allora che sono finito a terra».
Comprende chi ha reagito in modo violento e scomposto?
Se non mi avessero allontanato in attesa dell’ambulanza, un calcione glielo avrei tirato anch’io. Mio padre Biagio è stato un partigiano, non posso accettare chi parla di offesa a un cadavere perché noi abbiamo protestato contro un simbolo. Priebke non si era mai pentito e non merita rispetto nemmeno da morto.

Quel calcio tirato d'istinto
Luciano Carbone
Operaio della ex Stefer  in pensione, nonno  di quattro nipoti, 71 anni

«Stavo guardando la televisione e appena ho sentito che portavano qui la bara di Erich Priebke sono uscito di corsa».
Che cosa le è passato per la testa, in quel momento?
Sono un emotivo e appena ho visto arrivare il carro non ho saputo resistere: quel calcio l’ho tirato d’istinto. Ragionando a freddo ho capito di essere caduto, come molti altri, in una provocazione. Oggi in parte sono pentito perché mi rendo conto di aver colpito un morto, ma in quel momento non potevo trattenermi.

Chi l'avrebbe detto: io su Al Jazeera
Federica Pezzi
Impiegata part time nella mensa di un asilo, madre di due figli di 14 e 23 anni, attivista del comitato
no Inc contro l’inceneritore di Albano, 43 anni.

«Mia nonna è stata una staffetta partigiana e io sono cresciuta nell’ideale antifascista, per questo appena ho avuto la notizia dell’arrivo del feretro di Erich Priebke sono corsa sul posto. Lì ho trovato mia madre, le mie zie e più tardi è arrivato anche mio figlio».
Come le è venuto in mente di mettere una bandiera su una bara?
 A un certo punto ho deciso di tornare a casa a prendere la bandiera. Ho pensato che su quel carro nero dovesse esserci una bandiera rossa, con falce e martello, un simbolo su un altro simbolo. Non è stato un gesto di protagonismo e, se avessi immaginato di ritrovarmi poi sui siti di tutto il mondo, compresa Al-Jazeera, forse non l’avrei fatto. Quando sono tornata a casa, mia madre mi ha detto che era orgogliosa di me, che il violento era lui, non noi.

Sul carro funebre del vincitore
Emiliano Bombardieri
architetto di Albano, lavora a Roma, 30 anni

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«Appena ho sentito la notizia, ho mollato tutto: sono uscito dallo studio e sono partito per Albano».
Ma lei cosa sapeva del nazismo?
I miei nonni erano sfollati dal Veneto in questa terra. La nonna mi raccontò per giorni interi quegli anni terribili. Mi rimase impresso un episodio: i tedeschi che sfondavano le porte delle case cercando gli uomini. Da lei trovarono solo dei vestiti del nonno, comprati al mercato nero. Per spregio glieli bruciarono sotto gli occhi. Quando ho visto passare il carro funebre ho ripensato a quella scena umiliante. Mi è salita una rabbia incontrollabile. Sono un non violento, ma mi sono ritrovato a urlare «boia» anch’io. Un gesto vigliacco? L’unica vigliaccheria mi è parsa quella dei politici che si trovavano lì e che in questi anni non hanno mai fatto nulla per noi. Urlavano, manifestavano, si mettevano in mostra davanti alle telecamere. Salivano sul carro funebre
del vincitore.

Ho preso a calci quel carro ma era blindato
Marco Guglielmo
33 anni, consigliere comunale del Pd di Albano, disoccupato.

«Nel primo pomeriggio il sindaco ci ha chiamato, siamo andati tutti verso l’istituto dei lefebvriani. All’inizio eravamo solo in 15, tutta gente di Albano, padri di famiglia, signori, gente che aveva lasciato di corsa il lavoro. Alle quattro sono arrivati i celerini e i gruppi nazisti, un funerale privato fatto con i comunicati stampa non si era mai visto. Per noi una provocazione stupida».
Che senso ha prendere a calci una bara?
È vero, ho tirato i calci al carro funebre e ancora oggi mi domando perché non ne ho tirati di più. Non l’ho fatto per oltraggiare un morto, ma solo perché in quel momento ci è sembrato l’unico modo per cacciarlo via da Albano. Un atto di resistenza: seppellirlo qui significava creare un’altra Predappio. Così colpivo il carro e la frustrazione alla fine è stata che non è servito a nulla: era blindato, non si è neanche scalfito, non un bozzo, neanche lo specchietto si è rotto.

Era il simbolo dell’oppressione
Andrea
27 anni, disoccupato, fa parte di un collettivo di 20 ragazzi, tutti presenti al funerale. Parla lui per tutti.

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«L’appuntamento ce lo siamo dati tramite Facebook, un tam tam continuo a partire dalle prime ore del pomeriggio. Non abbiamo avuto esitazioni: dovevamo esserci».
Perché tanto rancore per un centenario mai conosciuto?
Lui per noi era un macellaio, il simbolo dell’oppressione nazifascista. Genzano da sempre è chiamata «la piccola Mosca», già il Duce parlava di piegarla. Era un oltraggio alla memoria dei nostri nonni, che in quegli anni hanno perso figli e amici. E poi non è vero che non lo conoscevamo: avevamo già manifestato a Frascati, quando fu ospitato per un periodo in un convento di cappuccini. Quando ci siamo trovati lì, e il carro funebre ci è passato davanti, la rabbia è montata, non volevamo dare i calci a un morto, ma volevamo impedire che quel morto restasse lì nella nostra terra. Il suo paese natale in Germania con due righe di comunicato ha detto che non lo voleva. Perché a noi?

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