Giorgio Pietrostefani
(Ansa)
Giorgio Pietrostefani
Politica

I terroristi rossi e le parole senza vergogna

«Restiamo in Francia. Vittime già risarcite» hanno detto all'udienza per l'estradizione dalla Francia all'Italia. Qualcuno ha ancora il coraggio di difenderli?

"Restiamo in Francia", hanno detto i terroristi rossi arrestati, alla prima udienza per l'estradizione, a Parigi. Marina Petrella, componente della colonna romana delle Br, si è spinta a dichiarare addirittura che "le vittime sono già state risarcite".

Con quale sprezzo della vergogna certe parole vengono pronunciate, e da molti intellettuali persino accettate? L' ondata neanche tanto sotterranea di osceno giustificazionismo nei confronti del terrore, è il segnale che la ferita nazionale resta aperta. E non basteranno questi arresti a sanarla. Dicono che bisogna essere misericordiosi. Che occorre perdonare. Che è passato troppo tempo. Colpisce come persone che in nome di principi ideologici (folli, ma pur sempre principi) hanno seminato morte senza alcun rigurgito di coscienza, oggi siano disposti a calpestare altri principi, quelli democratici, solo perché "è passato troppo tempo". Come se la barbarie avesse una data di scadenza, tipo una mozzarella.

Perdonare? Riconciliarsi? Ma come ci si può riconciliare di fronte a un terrorista che non si è mai pentito dei suoi crimini? Ancora oggi gli estremisti arrestati considerano la lotta armata come una prosecuzione "della lotta partigiana" con altri mezzi. E poco importa che tra le loro vittime vi fossero anche ex partigiani.

Per molti questa storia del pentimento è un accessorio inutile, una sorta di "vendetta politica": invece è una parte fondamentale, nella strada per la riconciliazione nazionale. Alcuni lo hanno fatto: Faranda, Morucci, Bonisoli. Altri hanno deciso di non pentirsi mai: potevano usufruire di benefici importanti, se solo si fossero dissociati dalle loro malefatte. Hanno scelto di proseguire nell'errore. Se avessero lanciato un segnale di pacificazione riconoscendo il Male, sarebbe avvenuto quello "scambio di dolore che dopo la disillusione non è inferiore al nostro", come ha detto il figlio dell'appuntato Domenico Ricci, ucciso con i colleghi della scorta di Aldo Moro nell'agguato di via Fani.

Purtroppo non c'è solo il furore ideologico dei terroristi, con cui tocca fare i conti. A sostenerli, oggi come ieri, una nutrita schiera di intellettuali, italiani e francesi, con il vizio di minimizzare, giustificare, amnistiare, coprire il terrorismo. Fioriscono ancora gli appelli farneticanti che dipingono gli assassini come dei patrioti che scappavano da una dittatura di stile sudamericano. Fenomenali luminari scambiano la giustizia con "la vendetta politica". Raffinate teste pensanti vagheggiano di non si sa quali amnistie per mettere una pietra sul passato: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato.

Possibile che dopo tanti decenni non abbiamo imparato la lezione? Possibile che intere schiere di intellettuali non comprendano che il terrorismo non cade in prescrizione? E che avere giustizia è interesse di tutto il popolo italiano, al fine di mantenere la fiducia tra cittadini e istituzioni?

Bando ai distinguo. L'unica parte giusta è quella delle vittime. Come ha scritto Benedetta Tobagi, fare giustizia è anche il giusto tributo per quelli che all'epoca "non deragliarono, sopportando la fatica e le frustrazioni della pratica democratica". Mettere tutti nello stesso calderone, vittime e carnefici, colpevoli e innocenti, sarebbe come sparare ancora, e ammazzare due volte gli stessi innocenti.

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