Roberto Speranza ministro salute
(Ansa)
Roberto Speranza ministro salute
Politica

Il populismo del governo contro lo sport

Le parole del Ministro Speranza sono la prova che manca una cultura sportiva in questo paese. E soprattutto in questo esecutivo - COSI' IL CAOS SULLA SERIE A RISCHIA DI COSTARE 10 MILIARDI DI PIL

Nel mondo normale non dovrebbe essere il commissario tecnico della nazionale di calcio a ricordare al ministro che lo sport, in un Paese che si rispetti, è un diritto e non una concessione. Neanche in tempo di pandemia e regime sanitario e sociale speciale. In Italia è accaduto anche questo: il ct Roberto Mancini si è preso la briga di spiegare al ministro della Salute Speranza che "lo sport è un diritto, esattamente come la scuola" e che "non è una cosa che ci viene data così", ma è "praticato da milioni di italiani a tutti i livelli". Da Cristiano Ronaldo con i suoi 84.931,50 euro guadagnati al giorno (ferie e malattie comprese e sponsor esclusi) all'ultimo bimbo che di pomeriggio si avvicina a una palestra o a un campo spelacchiato. Per non parlare delle associazioni e delle società dilettantistiche che sono la spina dorsale dello sport tricolore.

Ora, anche solo per convenienza elettorale (essendo i praticanti continuativi o saltuari oltre 20 milioni), sarebbe saggio che la politica tenesse conto di questo. Invece nel dibattito autunnale e con la curva pandemica in veloce risalita, dal Governo e dintorni è tornato a suonare prepotente il solito refrain. C'è chi dice che si deve parlare "meno di calcio e più di scuola", come le due cose fossero alternative e non semplicemente piani paralleli che percorrono ciascuno la propria traiettoria, e c'è una scuola di pensiero che vorrebbe riscrivere, restringere e magari azzerare le regole date nei mesi scorsi per cercare di consentire allo sport stesso, seppure faticosamente e facendo mille compromessi, di ripartire.

La punta dell'iceberg è evidentemente il calcio, con il clamoroso autogol della questione Juventus-Napoli che ha scoperchiato il vaso di pandora costringendo i vertici federali a dover ricominciare quasi daccapo il lavoro su protocolli e normative. Ma quando si arriva a mettere in discussione lo sport in senso assoluto, si compie un passo ulteriore negandone la valenza sociale che è assimilabile a quella educativa e scolastica, soprattutto nelle aree del Paese dove minori sono le possibilità di accesso all'offerta ricreativa a formativa.

Chi ha a che fare con lo sport di base sa cosa ha dovuto passare in questi mesi, quasi sempre remando contro corrente. I rischi corsi di vedersi sottrarre le strutture pubbliche (spesso palestre scolastiche), promesse prima alla scuola stessa a disperata caccia di spazi e poi restituite a fatica a chi le occupa riempendole di giovani. La difficoltà ad applicare protocolli complessi. L'assunzione di responsabilità e corresponsabilità assumendosi tutti i rischi. I soldi dati col contagocce e quasi sempre in ritardo. Un mondo sommerso, condannato a rimanere tale nel momento più difficile della sua storia.

L'attacco al calcio professionistico non è che l'aspetto visibile di questa strategia del disinteresse. Il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, ama ricordare i contributi dati ai collaboratori sportivi; ebbene, sono stati una goccia nel mare e in qualche caso hanno prodotto anche distorsioni poco comprensibili, perché quando dai soldi a pioggia non sempre centri l'obiettivo giusto. Dal responsabile che ha in mano le deleghe su quel mondo, fatto di Ronaldo e anche dei figli di milioni di italiani, bisognerebbe attendersi qualcosa di diverso e di più: un grande piano per mettere in sicurezza lo sport facendo tacere quelli che sembrano ricordarsene solo quando serve come passerella. Non dovrebbe essere il commissario tecnico a rispondere al Ministro della Salute, ma il suo collega di Governo e di maggioranza. Se ne avesse voglia e se trovasse il tempo...

Ti potrebbe piacere anche

I più letti