Politica

Matteo Renzi, la strategia della bugia

Promesse mancate, bluff, mosse azzardate: si è mosso in modo spregiudicato ma nel partito si è rafforzato. Perché nel Pd non ha rivali all'altezza

Matteo Renzi

di Carlo Puca e Francesco Bisozzi

La parola d'ordine è: disimpegno. Altro che campagna elettorale arrembante, i vari Marco Minniti, Andrea Orlando, Graziano Delrio, Dario Franceschini (e tanti altri ancora) hanno persino smesso di andare in tv per sostenere la causa del Pd. A Matteo Renzi, infatti, rimproverano di non aver tenuto fede alla parola data.

Il punto di non ritorno coincide con la Direzione nazionale del 27 gennaio 2018. Da alcune mail interne al Pd visionate da Panorama emerge che, nei giorni precedenti alla Direzione, il segretario dem si era impegnato a candidare i migliori e secondo un regime di proporzionalità tra le correnti. Ma quando ha ufficialmente presentato le liste elettorali, l'amara sorpresa: erano infarcite di veri e propri servi del renzismo a danno degli spiriti più liberi e competenti.

Debacle annunciata ma leadership blindata

Tra gli esclusi, anche il segretario della Commissione parlamentare antimafia, Marco Di Lello. Da capo dei socialdem era stato convinto da Renzi a confluire nei democratici insieme ai 20 mila iscritti al suo movimento. "Confermo" dice Di Lello a Panorama: "prima ha chiesto ai socialisti di andare nel Pd e poi li ha cacciati. Ma io non sono rancoroso: è andata così, sono già tornato a fare l'avvocato. Tuttavia, non credo che il 4 marzo i socialisti voteranno per Matteo...". E non soltanto i socialisti.

Tutti i suddetti generali puntano sulla deblace del segretario alle Politiche per impadronirsi del Pd. Ma andrà davvero così? È vero, le bugie di Renzi sono ormai certificate, e la sua sconfitta appare ormai inevitabile. Però è anche vero che dopo il 4 marzo la leadership dem di Matteo sarà ancora più blindata: a quel punto il segretario avrà dalla sua anche i gruppi parlamentari, non solo il partito. E scalzarlo risulterà davvero difficile, se non impossibile.

Chissà, forse è proprio per questo che Renzi utilizza a getto continuo "la strategia della bugia": ingannando gli altri, pensa di avvantaggiare se stesso e paradossalmente di rafforzarsi. I circoli giornalistici spiegano la caduta di Matteo nei sondaggi con la sua antipatia, le scissioni, le tensioni tra le correnti. In verità, la gran parte dei cittadini ragiona su un altro canone, che nulla ha a che vedere con la chiacchiera politica. Ovvero: le promesse disattese.

Tutte le menzogne di Renzi

Per snocciolare tutti i bluff di Renzi non si sa bene da dove incominciare. Forse dai debiti della Pubblica amministrazione. Nel 2014 Renzi annunciò che avrebbe scalato il monte Senario se entro il successivo 21 settembre non fosse riuscito ad azzerare i debiti accumulati dalla Pa fino al 2013. Si fermò a quota 35 miliardi, secondo i calcoli di allora della Cgia di Mestre.

Altro bluff: il tetto agli stipendi dei dipendenti pubblici fissato a 240 mila euro. Tetto da cui oggi filtra acqua in quantità. Vuoi perché per i dipendenti-artisti della Rai (come Fabio Fazio) il limite non vale, vuoi perché sono saltate le regole pure alla Camera e al Senato, dove circa la metà dei 137 funzionari in servizio hanno ripreso a guadagnare cifre iperboliche.

Renzi aveva anche promesso un milione di nuovi posti di lavoro. E a gennaio ha esultato, dichiarando raggiunto il traguardo. I suoi avversari hanno risposto coni numeri: la metà (il 47 per cento) sono precari. E poi, c'è quella volta in cui il segretario del Pd annunciò che avrebbe introdotto una digital tax a partire dal 1° gennaio 2017. Una web tax ci sarà, ma dal 2019, dotata peraltro di mini-aliquota (3 per cento). Il leader dem si è (ri)mangiato persino i tagli alla spesa pubblica. Alla fine i governi Renzi e Gentiloni hanno prodotto un effetto spending review per 35 miliardi, ma sono stati reinvestiti praticamente tutti in bonus.

Quanto agli aumenti delle quattordicesime per i pensionati, garantì che le avrebbe raddoppiate, ma poi chi prendeva 336 euro ne ha presi 437 nel 2017, chi aveva diritto a 420 euro ne ha incassati 546, chi ne riceveva 504 è salito appena a 655. Sempre nel 2014 Renzi assicurò che in mille giorni sarebbero stati realizzati mille nuovi asili nido. Poi non se ne fece più nulla.

Perché Renzi può permettersi i bluff

Del resto ha la fama del demolitore. Ai terremotati prima del referendum disse: "Avrete le casette in legno entro l'estate prossima". La Protezione civile ha appena reso noto che rimangono da consegnare 1.300 casette sulle 3.662 ordinate per il sisma del 2016.

Ultimo inganno: per quest'anno l'importo del canone Rai è stato confermato a 90 euro. Eppure qualche tempo fa il leader del Nazareno aveva annunciato ulteriori riduzioni grazie al recupero dell'evasione. Ora sostiene che abolirà il balzello. Voi vi fidate? Gianfranco Pasquino di sicuro no: "La maggior parte delle sue promesse sono sbruffonate, vuole dimostrare che è meglio di tutti gli altri" dice a Panorama il professore emerito di Scienza politica all'Università di Bologna. "Renzi" chiude Pasquino "è bugiardo qualche volta per sbadataggine, spesso per ignoranza, sempre perché conta sull'assenza di contraddittorio".

Però c'è una verità che spiega perché Renzi può permettersi bluff, bugie e giochi d'azzardo: intorno a lui ha il deserto. È vero che ci sono tanti malumori e tanti leaderini che scalpitano. Ma è vero anche che non c'è stato finora un sostituto più forte di lui in quel marasma che sono la sinistra e il Pd.

Articolo pubblicato sul n° 8 di Panorama in edicola dall'8/2/2018 con il titolo "La strategia della bugia"


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