Politica

Massimiliano Fedriga: "Così conquisterò il Friuli-Venezia Giulia"

Grazie a politiche su misura e conoscenza del territorio, il leghista è a un passo dalla vittoria alle regionali. Per completare l'egemonia del Carroccio al Nord

Salvini, parto da San Daniele, torno da premier

Antonio Rossitto

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Sull’agenda dei contendenti al trono governativo è segnata una data: 29 aprile. È il giorno delle elezioni regionali in Friuli Venezia-Giulia: la prima, significativa, tornata elettorale dopo le politiche del 4 marzo. Il leghista Massimiliano Fedriga è già presidente in pectore. I sondaggi annunciano una roboante vittoria. Che potrebbe pesare sugli equilibri romani, del centrodestra e del nord del paese. Fedriga, 37 anni, arriva al Caffè degli Specchi, l’asburgico salotto triestino, succhiando una sigaretta elettronica. La folgorazione, racconta, arrivò da imberbe preadolescente: «Era il 1992, avevo 12 anni. Umberto Bossi era in visita a Trieste. Rimasi stregato: parlava di appartenenza alla terra e di valore dell’identità...».

Federalista già alle medie!
L’insegnante, una volta, ci diede un tema: «Il personaggio storico che vorresti non fosse mai esistito».

Chi scelse?
Giuseppe Garibaldi. Provai a spiegare che serviva un processo di unificazione più lungo. A scuola ero bravino.

Anche fra banchetti e gazebo, dicono.
Nel 1996 volevo iscrivermi alla Lega. Ma ero minorenne. Servì l’autorizzazione scritta dei genitori. Il primo giorno me lo ricordo ancora: tutto il pomeriggio a volantinare sotto i portici.

E’ un’arte pure quella.
Lo scopo non è dare il volantino, ma parlare con le persone. In senso biunivoco, ovviamente: tu spieghi, ma allo stesso tempo recepisci gli umori e ti rendi conto dei problemi. Poi rielabori e traduci in politica.

A volte, però, può essere frustrante.
Qualche anno fa, ai tempi dello scandalo dei fondi elettorali di Belsito, è stata veramente dura.

Nei momenti di difficoltà, si sopperisce con la tecnica. 
Bisogna essere gentili con tutti. Anche con quelli che ti mandano al diavolo. 

Quando ha smesso con i volantini?
Mai: continuo anche oggi.

Quale argomento scatena la rivolta?
Dipende dal territorio. A Gradisca d’Isonzo, l’immigrazione. A Gemona del Friuli, la sanità. A Trieste, le pensioni.

La Lega qui ha avuto per anni percentuali da prefisso telefonico.
Sono diventato commissario provinciale nel 2003, a 23 anni. La Lega a Trieste prendeva l’1,2 per cento. Legnate mai viste. Per firmare le liste con le candidature, bisognava supplicare la gente. Ho ricostruito il partito mattoncino per mattoncino. Fino all’exploit di un mese fa: nella regione abbiamo preso il 26 per cento.

Per questo Matteo Salvini, con un tweet, ha già annunciato la sua plebiscitaria elezione.
Ci spero, ma nulla è scontato. Bisogna tenere i piedi per terra.

Lei è un prediletto del leader.
Ho un ottimo rapporto. Ma va detta una cosa: quando, cinque anni fa, mi ha chiesto di fare il capogruppo alla Camera non ero un suo pasdaran. Per niente. Lui però ha avuto la lungimiranza di guardare oltre lo stretto giro.

Bossiano con Bossi, maroniano con Maroni e salviniano con Salvini: sempre dalla parte giusta.
Ho sempre creduto nella disciplina. La forza della Lega è che tutti remano dalla stessa parte: che si condivida la linea o no. Essere nel giusto, ma andare da soli, non serve a niente. E io non sono mai stato uno che urla e sbraita.

Più che barbaro, democristiano.
E’ un dato caratteriale: non esplicito in modo chiassoso. Sono timido e composto. Nemmeno allo stadio salto e faccio cori.

Detiene però un record inespugnato: espulso per due settimane dalla Camera, causa intemperanze durante la discussione sullo ius soli.
Lì mi sono arrabbiato solo perché Laura Boldrini non conosceva il regolamento e non sapeva applicarlo. Ho protestato vivacemente per un sopruso contro la minoranza.

Sostiene Debora Serracchiani: «L’hanno costretto ad accettare la candidatura».
Parlano i fatti. Lei, da presidente uscente, ha abbandonato la regione ed è andata a Roma. Io ho fatto il contrario. Tanto che lo slogan della nostra campagna elettorale è: «Scelgo il Friuli Venezia-Giulia».

Excusatio non petita.
La verità è che io non ho mai sgomitato. E non lo dico per fare l’umile. In politica, meglio mettersi a disposizione che spingere: una volta ti può andare bene, ma poi diventi un rompiscatole.

Meglio ministro o governatore?
Meglio presidente della regione: tutta la vita.

Sembrava che il prescelto del centrodestra fosse Renzo Tondo.
Poi Matteo è venuto un giorno a Udine per una riunione con i segretari di sezione. Mentre era nel mio ufficio, sono arrivati 15 trattori per manifestare davanti alla sede. Avevano striscioni e cartelli con su scritto «Fedriga presidente».

E Salvini?
Ha capito che qualcosa non andava. Allora ha ascoltato, uno per uno, tutti i segretari di sezione, anche la più piccola. Poi è stato il turno dei i militanti. E’ stato incredibile. Mai vosto una cosa del genere. Alla fine, ha detto: «Devo parlare con gli alleati». Due giorni dopo ero il candidato della coalizone.

Ammetta che barattare con qualche poltrona a Roma è stata una mandrakata.
Non c’è stato uno scambio. Ma sicuramente la rappresentanza sul territorio è un progetto strutturale. Gli incarichi in parlamento danno prestigio, ma non forza.

Qual è il suo programma?
Per prima cosa, rivedere la disastrosa riforma sanitaria dalla Serracchiani. Poi riorganizzare gli enti locali: le quattro province sono state sostituite da 18 unioni di comuni. Risultato: il caos totale. Poi, visto che in Slovenia, a  pochi chilometri da qui, la pressione fiscale è quasi la metà, abbassare le tasse per le imprese: l’Irap ad esempio.

Questo sarà il più importante test dopo le politiche.
Non c’è mai stata un’attenzione del genere sulla nostra regione. Questo è un dato positivo, che sfrutteremo.

Nelle trattative per il governo?
Non credo ci sia un condizionamento diretto. Ma un’opinione pubblica che continua credere in noi può essere un segnale utile.

In primis, per rafforzare il vostro peso nel centrodestra.
Si continua a parlare di un’opa su Forza Italia. C’è questa preoccupazione, ma non vedo nemmeno un atto che vada in questa direzione. Neppure lontanamente.

Con il Friuli-Venezia Giulia, la Lega dominerà il Nord.
Per la prima volta governeremmo tre regioni.

L’egemonia andrebbe oltre la statistica. 
Stiamo già studiando l’alleanza con Lombardia, Veneto e Liguria. Residuo fiscale, immigrazione, intrastrutture, federalismo: su queste battaglie dobbiamo fare fronte comune, per rivendicare i nostri diritti. Organizzeremo prima del voto un’iniziativa a Trieste, con gli altri tre governatori, per sancire questo patto. Sarà un asse per difendere i territori.

Ci sarà anche Toti, presidente della Liguria e forzista eretico?
Sì certo, verrà pure Giovanni.

Di converso, in Sicilia alcuni dirigenti sono indagati per voto di scambio.
Non esiste il partito perfetto, ma quello che reagisce. E nel Mezzogiorno dobbiamo ancora strutturarci con calma e correggere eventuali errori. Conosciamo poco quelle aree del paese: eravamo consapevoli delle difficoltà. Non offrire però autonomia e cambiamento anche nel Meridione sarebbe un fallimento. Solo con il Sud possiamo cambiare davvero le cose. 

Bastava non affidarsi a vecchi arnesi.
Come dimostrano i Cinque stelle, la novità a prescindere non è un valore. 

E se uno cambia sei partiti?
Bisogna capire i motivi della scelta. Magari dal Pdl si trova nell’Ncd, alleato con il Pd, e gli chiedono pure di votare lo ius soli...

Sta giustificando le giravolte di un alfaniano tipo!
Se è in buona fede e non lo fa per poltrone, a me va bene.

Sono i prodromi del partito unico.
No. Siamo in una coalizione che ha obiettivi comuni. E che vogliamo tenere unita.

L’accordo con i grillini frantumerebbe il centrodestra.
Il loro veto è ancora più incomprensibile, visto che non è sui progetti. Il ragionamento è: «Non mi piace Berlusconi». Ma così non ne usciamo più.

La acque romane ristagnano.
I Cinque stelle erano i primi a dire che le poltrone non gli interessavano. Adesso insistono: «O Di Maio o morte». Decidiamo invece cinque o sei cose da fare. Altrimenti si va diritti al voto.

A meno che non si concretizzi l’intesa tra Pd e Cinque stelle...
Sarebbe la soluzione più deleteria: si tradurrebbe in politiche di estrema sinistra.

Per i grillini, Lega e democratici pari sono. E la strategia andreottiana dei due forni: «Bisogna comprare il pane dove conviene di più».
Hanno l’angoscia di andare al governo. Ma devono dire cosa vogliono fare. Se hanno un progetto compatibile con il Pd, questo ci esclude. E viceversa.

Il loro unico progetto è il potere?
Sì, ma non si può ragionare solo su quello. Vogliono prendersi tutto e subito. Noi pensiamo a un governo per il paese, ma non a ogni costo.

Non resta che una prolifica opposizione.
Dopo sette anni, cominci a pensare che, ogni tanto, sia meglio stare un pò zitti e far passare qualche decreto.

(Questo articolo è stato pubblicato su Panorama in edicola il 12 aprile 2018 con il titolo: "La ricetta vincente? Le politiche su misura")

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