Draghi non serve più al Pnrr, ma alla nostra politica estera
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Draghi non serve più al Pnrr, ma alla nostra politica estera
Politica

Draghi non serve più al Pnrr, ma alla nostra politica estera

Eleggere Mr Bce alla presidenza della Repubblica sarebbe un doppio segnale dai partiti: aver capito il ruolo strategico di Draghi e volersi al tempo stesso riappropriare della funzione politica, attraverso un nuovo accordo e un nuovo governo oppure tornando alle urne per ridare la parola ai cittadini. Il premier ha compiuto la propria missione: impostare il Pnrr, negoziare in Europa, fermare la Cina dove andava fatto per rinsaldare l’alleanza con gli americani. E dal Colle può proseguire nella strada internazionale.

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Mario Draghi è davvero inamovibile dal suo posto? Sul serio senza di lui le riforme del Pnrr non possono andare avanti? Chi lo crede s’illude e preferisci aggrapparsi alla sempre consolante idea dell’uomo solo al comando. Basta guardare con più attenzione la relazione sull’avanzamento del piano europeo presentata dal governo prima di Natale per comprendere che un uomo solo può ben poco di fronte alla vastità di obiettivi richiesti e istituzioni coinvolte. I target raggiunti sono già 51, ma per la seconda rata del Pnrr ne serviranno altri 45, di cui 30 investimenti e 15 riforme. Queste andranno messe in campo entro il 30 giugno per consentire al nostro Paese di staccare anche la seconda tranche di finanziamenti Ue, identica nell’ammontare alla prima (24,1 miliardi). Rispetto al primo tempo del Recovery plan, ci saranno però molte meno riforme da realizzare anche perché l’agenda 2021 del Pnrr è servita a costruire, soprattutto attraverso le misure generali affidate al Mef e al ministero per la Pa, la cornice normativa e gestionale del Piano (dagli interventi sulla governance alle semplificazioni delle procedure amministrative come pure di quelle del sistema degli appalti pubblici), in modo da spianare la strada alla messa a terra dei 222,1 miliardi che arriveranno in sei anni tra Recovery e fondo complementare.

Il grosso del lavoro riguarderà il ministero della Transizione ecologica che avrà undici traguardi da portare a casa nei prossimi sei mesi tra cui figurano snodi particolarmente importanti come la Strategia nazionale per l’economia circolare e il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti che costituisce uno strumento di indirizzo per le Regioni e le province autonome per la pianificazione in tale ambito. Il Ministero dovrà poi semplificare le procedure per gli interventi di efficientamento energetico e snellire altresì il quadro giuridico per una migliore gestione dei rischi idrogeologici.

Un impegno altrettanto notevole sarà poi richiesto anche al ministero della Salute che dovrà centrare sei diversi target, cinque dei quali tramite l’Agenas (l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali): dalla definizione di un nuovo modello organizzativo della rete di assistenza sanitaria territoriale all’approvazione di un contratto istituzionale di sviluppo per le case di comunità fino al rafforzamento dell’assistenza intermedia e delle sue strutture. Mentre il ministero della Cultura dovrà mettere a punto una serie di decreti per sbloccare gli investimenti previsti dal Recovery per rafforzare l’attrattività dei borghi, per valorizzare parchi e giardini storici, e ancora per migliorare l’efficienza energetica in cinema, teatri e musei. Corposo, infine, anche l’elenco dei compiti a casa per i dicasteri dell’Istruzione, alle prese, tra l’altro, con l’entrata in vigore della riforma della carriera degli insegnanti e l’adozione del Piano scuola 4.0, e dell’Università che dovrà garantire, solo per citare alcuni obiettivi, l’aggiudicazione degli appalti per i progetti riguardanti gli ecosistemi dell’innovazione e il sistema integrato di infrastrutture di ricerca e di innovazione. Ministeri, burocrazie, enti pubblici, regioni e comuni saranno coinvolti nel processo di riforma e realizzazione di nuove infrastrutture. Cosa può Draghi in tutto questo? Ben poco. L’esecuzione e l’attuazione delle politiche non dipende dal Presidente del Consiglio e nemmeno dalla piccola struttura che ha a disposizione.

Per altro la governance del Pnrr, e la segreteria tecnica in particolare, è stata disegnata da Draghi appositamente per sopravvivere al suo mandato e alla fine della legislatura. A cosa serve, dunque, Mario Draghi? Il suo potere risiede nel prestigio e nella credibilità internazionale. La sua forza consiste nella politica estera, che è dove risiede il vero potere di uno Stato. Draghi può garantire, negoziare, indirizzare i rapporti tra Italia, Stati Uniti e resto d’Europa. La sua missione non può fermarsi allo stare col fiato sul collo a ministri e dirigenti pubblici come alcuni si ostinano a credere. Da Draghi passa la gestione del vincolo esterno, l’influenza (sempre limitata) dell’Italia sulla politica economica europea e sulle scelte strategiche di questa, il rapporto con gli Stati Uniti nella nuova ottica bipolare di contenimento della Cina. Questa moral suasion può essere esercitata in futuro dal Quirinale, seppur con forme diverse, come lo è oggi da Palazzo Chigi. Per questo è opportuno che partiti e leader la smettano a breve di nascondersi dietro Draghi e tornino a fare politica. Eleggere Draghi alla presidenza della Repubblica sarebbe un doppio segnale: aver capito il ruolo strategico di Draghi e volersi al tempo stesso riappropriare della loro funzione politica, attraverso un nuovo accordo e un nuovo governo oppure tornando alle urne per ridare la parola ai cittadini. Mario Draghi ha compiuto la propria missione: impostare il Pnrr, negoziare in Europa, fermare la Cina dove andava fatto per rinsaldare l’alleanza con gli americani. Ora la politica deve tornare al proprio mestiere e l’intero sistema amministrativo e industriale deve sforzarsi al massimo di capitalizzare quel limitato ossigeno che deriva dal Recovery Plan.

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