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Politica

Dal porto di Trieste al Green Pass, il D-Day tra politica e Pil

Lo scontro sull'obbligo nei posti di lavoro, un manipolo di portuali che tiene in scacco il Paese e il fallimento di sindacati e associazioni di categoria che rappresentano solo se stessi

Nella partita tra governo e portuali di Trieste in lotta contro il Green pass si gioca molto della credibilità politica che Mario Draghi si è costruito in questi dieci mesi a Palazzo Chigi. Il D-Day che segna l'inizio dell'obbligo di produrre la certificazione verde per poter entrare nei luoghi di lavoro è cerchiato in rosso da settimane nell'agenda del Paese, ma per il Premier investito lo scorso 13 febbraio del compito gravoso di transitare il Paese fuori dalla pandemia rappresenta molto di più. Provando a utilizzare un'immagine si tratta, per Mario Draghi, di superare il bivio che gli si presenta davanti: diventare la Margaret Thatcher italiana, rievocando la dura lotta vinta contro i minatori a metà degli anni Ottanta, oppure rifugiarsi nella logica delle deroghe e dei rinvii che lo stesso Draghi ha plasticamente dimostrato di rifuggire fin qui.

Messo alle strette dalla protesta che rischia di bloccare il porto di Trieste e poi altri punti nodali della logistica italiana, sull'orlo di una crisi che può danneggiare la ripresa economica esponendo il sistema a una pericolosa frenata, stretto tra le spinte contrarie che animano le forze del suo governo, Draghi assomiglia al generale cui ogni via d'uscita propone pregi e dolorosi difetti. Se cede ai portuali, già la raccomandazione alla gratuità dei tamponi è stata uno strappo rispetto alla linea del rigore applicata in tutti gli altri settori economici, firma una resa che ne mina forza e credibilità sugli altri tavoli aperti. Se tiene duro e non deflette a fronte delle proteste, rischia di pagare e far pagare al Paese un prezzo altissimo perché chi gli si oppone rappresenta un manipolo di lavoratori ma occupa uno spazio centrale e che il tessuto economico italiano non può permettersi di veder paralizzato per giorni o settimane.

Verrebbe da chiedersi come sia possibile che un uomo della sua esperienza si sia alla fine trovato in questa scomoda posizione, lui che in questi mesi da presidente del Consiglio ha sempre dimostrato di essere capace di imporre la propria visione costringendo la compagine che lo appoggia ad adeguarsi spesso di malavoglia. E qui emerge una falla del sistema-Draghi che pare aver sottovalutato gli effetti dell'obbligo di Green pass per i lavoratori del pubblico e del privato: una mancata valutazione delle ricadute di un provvedimento deciso per dare la spallata finale alla pandemia, convincere anche gli indecisi (i cosiddetti Boh Vax), isolare i contrari a prescindere e consentire al Paese la piena ripresa e il ritorno alla normalità. Tutto corretto tranne che il terreno su cui l'obbligo dal 15 ottobre è caduto non era uniforme e ha finito col creare criticità impossibili da gestire senza pagare dazio politico o economico. Il porto di Trieste e gli altri pronti a seguirlo sono l'esempio più eclatante, con qualche decina di lavoratore che può produrre danni miliardari, ma anche le tensioni che attraversano le forze dell'ordine, nelle ore in cui la priorità sono la gestione della piazza e del dissenso, cadono nel momento meno opportuno

L'altra faccia della medaglia è l'assenza di sindacati e associazioni di categoria, corpi intermedi che hanno smesso di funzionare e non hanno avuto la forza e la legittimazione necessarie per gestire il dissenso, governare la protesta, farsi garanti di una trattativa e di un accordo. Non è la prima volta che accade nell'Italia di questi anni, ma mai come in questa occasione il vuoto che si è creato tra chi governa e il Paese è rimasto tale. Di sindacato si è discusso molto dopo l'assalto alla sede della CGIL, ma la realtà è che di sindacale c'è poco nelle rivendicazioni che partono da Trieste con la pretesa di ridisegnare l'intero quadro delle scelte prese dal governo per questo ultimo tratto di emergenza pandemica. Come è possibile che un manipolo di poche decine, centinaia, di persone tenga in scacco la maggioranza silenziosa che il Green pass lo ha accettato ed è pronto a esibirlo? E' mancato qualcosa e ora il D-Day è diventato il simbolo della convivenza difficile tra politica e prodotto interno lordo.

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