mario draghi discorso guerra russia ucraina
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mario draghi discorso guerra russia ucraina
Politica

La scelta di armare l'Ucraina e i rischi che corre l'Italia

Il presidente Draghi ha portato in Parlamento l'opzione di sostenere militarmente Kiev. Quali le possibili conseguenze? Il timore di scenari oggi difficili da prevedere

Dunque l’Italia sta armando un Paese straniero. Dopo la risoluzione approvata oggi in Parlamento, dovrebbero partire per l’Ucraina mitragliatrici leggere e pesanti, mortai, munizioni e mine anticarro, missili terra-aria Stringer, gli Spike da usare contro carri armati ed elicotteri. E questo, in base al documento votato dalle Camere dopo l’informativa del premier, allo scopo di consentire la “legittima difesa” di Kiev di fronte all’ingiustificabile aggressione russa.

Una scelta storica, in linea peraltro con decisioni simili presi dagli altri paesi europei. Ma anche una scelta che non si può certo liquidare semplicemente con un applauso solidale. Si tratta di qualcosa di più: è il superamento di un limite fatale che non può essere compiuto con disinvoltura, perché implica conseguenze potenzialmente esplosive.

In primo luogo, rifornire di armamenti un territorio ad alta tensione può essere più facile a dirsi che a farsi. Manovrare personale Nato sulla frontiera per la consegna della merce, significherebbe giocare col fuoco, in uno scenario in cui ogni scintilla può causare una deflagrazione. Probabilmente molte di queste armi saranno consegnate a civili, mercenari, e insomma nel caos della guerra potremmo perderne le tracce o finire in mano a fazioni avverse.

Secondo punto da tenere a mente: difficilmente le armi trasmesse all’Ucraina torneranno indietro. E questo a prescindere da chi vincerà questa guerra. Se Putin riuscisse ad espugnare il Paese, e magari installare un governo fantoccio a Kiev, ci ritroveremmo una nazione armata fino ai denti, probabilmente gestita da una minoranza filorussa che si interfaccia con tribù ostili alla periferia. Uno scenario destabilizzato in via permanente, balcanizzato, una fornace di stampo siriano alle porte d’Europa.

Terzo punto: non illudiamoci di essere al riparo. Alla guerra per interposta persona non ci crede nessuno. E i primi a non crederci sono i russi: non a caso l’ambasciatore di Mosca a Roma ha fatto sapere che “i cittadini e le strutture europee coinvolti nella fornitura di armi letali ne subiranno le conseguenze”. In poche parole, se un soldato ucraino spara un missile italiano contro un tank russo, cosa potrà succedere? Nessuno può prevederlo: nessuno. Neanche Draghi. Ma dobbiamo essere preparati all’evenienza, sul piano militare e morale.

Insomma, non pensiamo che la cessione di armi sia una passeggiata. Ufficialmente non entriamo in guerra, non ci sono italiani al fronte: ma della guerra ci stiamo assumendo rischi e conseguenze. Comprese quelle economiche, legate ai traffici commerciali Italia-Russia e alle provvigioni di gas, in uno scacchiere in cui ogni paese, soprattutto i nostri fratelli europei, saranno pronti a lottare per i propri interessi strategici. La domanda è: se il dado è tratto, ne siamo davvero consapevoli? Oppure la stiamo gestendo, come al solito, all’italiana, con troppa retorica e poco realismo?

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