ursula von der leyen
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Politica

Le favole di Ursula von der Leyen

Nel discorso al Parlamento sullo stato dell'Unione Europea (e sulla lotta al Covid) una narrazione oltre l'ottimismo ed oltre la fantasia

Sono (almeno) tre i punti problematici presenti nel discorso sullo stato dell'Unione, pronunciato dal presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, davanti all'Europarlamento. Un discorso che forse pecca di eccessivo ottimismo e di autocompiacimento.

Cominciamo dalla questione pandemica. Un fronte, rispetto a cui la von der Leyen ha dichiarato: "Abbiamo agito come Europa unita e di questo possiamo essere fieri". "Un anno fa non ero in grado di dire se e quando avremo avuto un vaccino contro il Covid efficace", ha continuato il capo della Commissione. "Oggi l'Unione è leader mondiale con il 79% di popolazione vaccinata. Oltre alle dosi garantite ai nostri Paesi membri abbiamo distribuito 700 milioni di dosi in 130 paesi: siamo l'unica regione del mondo ad averlo fatto", ha aggiunto.

Parole autocelebrative che lasciano un po' perplessi. Innanzitutto non è esattamente chiaro dove la von der Leyen abbia visto questa unità in Europa sul piano pandemico. Sul fronte dell'approvvigionamento vaccinale, alcuni Paesi hanno infatti preferito agire per conto proprio: a partire dall'Ungheria che ha aperto mesi fa ai vaccini di Cina e Russia. In secondo luogo, anche sull'elaborazione del Recovery Fund l'anno scorso i cosiddetti "frugali" hanno avuto non poco da ridire e preteso di imporre dei significativi paletti. Inoltre, che la von der Leyen oggi venga a dirci che proprio sul tema dei vaccini Bruxelles abbia agito con successo, lascia alquanto a desiderare. Ricordiamo tutti infatti come, nei primi mesi del 2021, la Commissione abbia agito in modo confuso e pasticciato, differentemente dal Regno Unito che, su questo fronte, ha invece accelerato sin da subito. Del resto, proprio le lungaggini della Commissione hanno portato – come abbiamo visto – l'Ungheria ad aprirsi al vaccino cinese, ponendo così anche un problema di natura geopolitica.

Un altro aspetto problematico del discorso della von der Leyen riguarda la Difesa. "Lavoriamo con il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg", ha dichiarato, "su una nuova dichiarazione congiunta che sarà presentata prima della fine dell'anno. Dobbiamo investire nella nostra partnership. Ma questa è solo una parte dell'equazione. Dobbiamo fare di più da soli" sulla Difesa. Ora, bisognerà capire esattamente che cosa intenda il presidente. Ma bisognerebbe comunque fare attenzione prima di promuovere semplicisticamente progetti di Difesa comune o di eserciti europei. Per quanto queste velleità siano tornate (in parte anche comprensibilmente) di moda dopo lo schiaffo americano a Bruxelles sulla crisi afghana, va ricordato che simili progetti abbiano un rovescio della medaglia. E questo non solo per il pericolo di sovrapposizioni confusionarie con la Nato. Non solo perché rischiano di rafforzare politicamente la Francia a discapito dell'Italia ("Con Macron", ha detto la von der Leyen, "convocheremo un vertice sulla Difesa europea"). Ma anche perché, banalmente, l'Unione europea non ha di fatto ancora oggi una politica estera comune e, visto il contesto, probabilmente non arriverà mai ad averla. Quindi, prima di lanciarsi in propositi altisonanti, bisognerebbe forse risolvere i nodi esistenti. Anche perché il rischio è quello di sganciarsi ancora di più dagli Stati Uniti: il che può diventare piuttosto pericoloso, soprattutto in termini di rapporti con la Cina.

E proprio la Cina è comparsa nel discorso della von der Leyen. "Fare affari nel mondo è positivo", ha detto il presidente, "è un bene ed è necessario ma non può essere fatto a spese della dignità e delle libertà individuali. Sono circa 25 milioni di persone del mondo che vivono sotto la minaccia del lavoro forzato. Proporremo un divieto di vendita di questi prodotti. I diritti umani non sono in vendita, a nessun prezzo". Belle parole, indubbiamente. Ma allora, partendo da queste (giustissime) premesse, la von der Leyen dovrebbe spiegare per quale ragione, lo scorso dicembre, la Commissione siglò con Pechino il Comprehensive Agreement on Investment: un trattato già all'epoca controverso, proprio perché già all'epoca era arcinota la questione del lavoro forzato nella regione dello Xinjiang. Insomma, i toni autocelebrativi della von der Leyen appaiono un tantino esagerati. E forse sarebbe il caso di riconoscerlo.

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