Giuseppe Conte (Ansa, Chigi Palace Press Office, Filippo Attili)
Politica

La vanità di Conte è peggio del Coronavirus

Se c'è una cosa che sicuramente è stata fallimentare in questi giorni di panico collettivo è stata la comunicazione del Presidente del Consiglio e di Rocco Casalino

Quando torneremo normali, e la smetteremo di saccheggiare i supermercati per fare scorta di merendine, magari il coronavirus ci avrà insegnato qualcosa. Per esempio che la buona comunicazione non è solo un talento utile per acchiappare voti o vendere aspirapolveri porta a porta. Al contrario, comunicare bene è parte integrante dell'attività di governo.

Lo stiamo vedendo. Le emozioni collettive, se mal gestite, impattano su un Paese come un terremoto o un'inondazione. Una comunicazione sbagliata scatena la psicosi, svuota i ristoranti, abbatte le aziende, prosciuga il Pil. E quel che è peggio non aiuta a proteggere la salute.

Ora, la comunicazione del governo non mi pare abbia contenuto il panico. Semmai lo ha alimentato, e solo adesso i diretti interessati cominciano ad accorgersene. Rimpallarsi le colpe con le regioni o con i singoli ospedali ha aggiunto caos al caos. Lasciare che i singoli governatori, in ordine sparso, prendessero arbitrariamente decisioni dal forte impatto emotivo, come la chiusura delle scuole o dei luoghi di culto, ha peggiorato la situazione. Abbiamo fatto la figura di quelli che si scoprono federalisti solo quando non conviene. Se si chiama sicurezza nazionale, e non regionale, forse un motivo ci sarà.

Ma è sul piano visivo, quello che gli esperti chiamano il meta-linguaggio, che abbiamo toccato il fondo. Il duo Conte-Casalino si è fatto tragicamente ammaliare dalla narrazione hollywoodiana. I collegamenti televisivi in maglioncino dalla war room (una sorta di bat-caverna degna del bunker di Saddam Hussein), l'arredamento stile rifugio antiatomico, gli schermi luminosi alle spalle con il conteggio in tempo reale dei contagiati. Tutto molto figo, ma insomma: un po' di ansia ce l'avete fatta salire. A Conte mancava solo la valigetta con il pulsante rosso dell'atomica sulla scrivania: e se non c'era, è solo perché l'atomica non ce l'abbiamo.

Perché questa esagerazione? Perché rivolgersi agli italiani come se una meteora stesse per incenerire Codogno, la Lombardia, il Veneto, tutto il nord Italia? Magari era troppo forte la tentazione di indossare la mimetica, troppo inebriante suonare le sirene dello stato d'emergenza, troppo allettante elevarsi agli occhi degli italiani a salvatori della patria?

Diciamo, più semplicemente, che il premier ha voluto fare il Bertolaso, non essendolo. Perché il coronavirus sarà pure difficile da affrontare. Ma il virus più resistente, in politica, resta la vanità.

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