Elisabetta Belloni
(Ansa)
Elisabetta Belloni
Politica

La Belloni e lo Ian Fleming «style» al Dis

L'ex campo, Vecchione, era uomo di Conte e «compromesso» dopo la cattiva gestione del caso Mifsud

Il cambio al vertice dei servizi segreti, con Gennaro Vecchione che esce di scena e con la prima donna - Elisabetta Belloni - che vi entra, è un buon segnale e un ancora migliore messaggio all'Italia. L'ex capo del Dis Vecchione era ormai una figura compromessa. E non tanto per la sua aderenza al fu presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Quanto per la scarsa trasparenza (certo, sembra un paradosso per un uomo dei servizi segreti) nella gestione del caso Mifsud: ovvero di quel professore maltese al centro del Russiagate di trumpiana memoria, che ha provocato imbarazzi e alterchi tra Washington e Roma fino a tutto il 2020 (con Mifsud che, peraltro, è scomparso dai radar e nessuno sa, o vuole dire, dove si sia nascosto).

Temperanza, professionalità, esperienza. E stile, che non guasta mai. La 62enne Elisabetta Belloni è tutto questo, e qualcosa di più: una civil servant, un simbolo di professionismo e una boccata d'ossigeno per la sempre contesa guida del Dis, il Dipartimento per l'informazione della sicurezza che sovrintende alle due agenzie di sicurezza esterna e interna (Aise e Aisi), cui ambiscono da sempre non pochi carrieristi di professione. I quali spesso puntano più a sedersi su quella poltrona a ogni costo, e assai meno a inanellare successi sul campo che li promuovano meritocraticamente.

Per questo, la «Grace Kelly» della Farnesina - com'era soprannominata per l'eleganza, l'irrinunciabile filo di perle e la capigliatura bionda, ai tempi in cui era direttore generale della Cooperazione - è probabilmente la persona giusta in questi tempi incerti.

Intanto, perché vanta esperienze significative: ambasciatrice di lungo corso, è stata segretario generale del ministero degli Esteri e ha diretto l'Unità di Crisi del ministero degli Esteri dal 2004 al 2008; ha personalmente gestito dossier caldi come la restituzione all'Italia del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo (rapito in Afghanistan nel 2007); e ha seguito i delicati passaggi delle controversie internazionali relative al caso Marò, fino al tristemente noto caso di Giulio Regeni. Inoltre, ben conosce il dossier Libia, che Draghi ha scelto come chiave della missione geopolitica del suo governo.

Insomma, in tempi di eccessivo protagonismo della politica - che oggi adora flirtare con i servizi segreti per non meglio specificate ragioni (molte delle quali attengono probabilmente all'illusoria idea di onnipotenza e mistero che li circonda) - designare una figura cresciuta e stimata nel mondo delle feluche è una scelta che Mario Draghi ha compiuto per lanciare un chiaro messaggio di «normalizzazione» del prezioso lavoro della nostra intelligence.

Che adesso si ritrova a essere diretta da una persona capace di mediare, che non risponde ad alcun politico (piace a Gianni Letta come ad Alessandro Di Battista). E, soprattutto, che non ambiva al comando a tutti i costi. Inoltre, va detto che la scelta di una donna è, ancora nell'Italia del 2021, già di per sé un segnale di rottura. Se poi questa figura è anche una rigorista cui piace far quadrare i conti, tanto meglio.

Il suo profilo può ricordare (con i dovuti distinguo) quello di Eliza Manningham: il leggendario capo dei servizi segreti britannici cui s'ispirò Ian Fleming per tratteggiare la figura di M nei libri di James Bond. Manningham entrò nell'MI5 a ventisette anni e vi rimase per altri cinquanta, costellando la sua carriera di successi e potere. Parlando di lei, un ex vertice dei servizi segreti ricorda con piacere: «A chi le chiedeva conto delle sue azioni, lei rispondeva sempre "io non lavoro per il governo inglese, oggi laburista e domani conservatore, io sono al servizio di Sua Maestà britannica"». Intendendo con ciò che non si sarebbe mai prestata a farsi influenzare dalla politica, per sua natura mutevole, perché lei lavorava per lo Stato, che invece è immutabile.

Dunque, la speranza di Draghi è che Belloni possa marcare una discontinuità rispetto alla pessima abitudine italiana tale per cui i capi dei servizi cambiano a ogni elezione, inficiandone la gestione e rendendo impossibile la continuità del loro operato. Che, invece, è o dovrebbe essere il cuore dell'efficienza delle operazioni segrete.

La non brillante gestione dell'intelligence dell'era Conte, attraverso cui l'ex «avvocato del popolo» (oggi in causa col suo stesso partito) pensava di poter governare meglio questo Paese senza deleghe ma gestendo in prima persona i dossier più caldi del nostro Paese, è un monito in tal senso. Come noto, questo ha prodotto frizioni con Washington Dc, ventilato aderenze spurie di Roma con Mosca e, soprattutto, paludato gli scambi d'intese e di dossier tra i due Paesi. Con il risultato che la Casa Bianca che non si fida più del suo prezioso alleato.

Ma vi è almeno altre un'altra ragione per cui il presidente del Consiglio l'ha scelta: di Elisabetta Belloni lui si fida, perché ne conosce il pensiero. Si è infatti formata nello stesso ambiente dell'ex governatore della Bce, quel liceo classico Massimiliano Massimo frequentato sia da Draghi che da Gianni De Gennaro (che a sua volta l'ha preceduta nella direzione al Dis), dove gli studi gesuitici sono garanzia di una certa impostazione di vita e di un'etica del lavoro in cui Draghi crede moltissimo. Tra l'altro, Belloni vanta anche un altro primato: è stata la prima studentessa ammessa in un istituto che fino agli anni Settanta era esclusivamente appannaggio dei maschi.

Ultima medaglia che la nuova direttrice del Dis può appuntarsi al petto è l'aver formato un poco avvezzo ministro degli Esteri qual era Luigi Di Maio, facendone di lui in poco tempo una figura ben più strutturata rispetto al vuoto di esperienze che il giovane ministro vantava quando varcò le porte della Farnesina. Di Maio è passato, infatti, nei tempi recenti a una continenza verbale e di esternazioni che ne hanno senz'altro migliorato l'immagine e l'incisività del suo mandato. Tutto ciò fa ben sperare per la gestione delle vicende nazionali e internazionali che l'Italia dovrà affrontare nei prossimi mesi e anni. Il compito non è semplice. L'augurio è che un tocco femminile all'intelligence italiana possa dare buoni frutti, come da tradizione dei servizi segreti. Dove le donne, si sa, sono anche più brave degli uomini.

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