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Politica

Vincenzo Pepe: «L'ambientalismo non sia scusa per un no ideologico»

Il Presidente di FareAmbiente spiega, dopo l'introduzione nella Costituzione di tutela ambientale e biodiversità come questo non debba essere usato per frenare lo sviluppo e le opere. Tanto a aprire al nucleare di ultima generazione

Con la firma e la promulgazione del Presidente della Repubblica, sono stati modificati gli articoli 9 e 41 della Carta costituzionale che hanno introdotto le nuove forme di tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, per come approvate dalla Camera dei deputati. Il disegno di legge costituzionale ha così inserito nella Costituzione un chiaro e preciso riferimento alla tutela dell’ambiente e degli animali, operando precise modifiche alle due norme: ha integrato l’articolo 9 della Carta fondamentale con l’introduzione, tra i principi fondamentali, della tutela dell'ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, soprattutto nell’interesse futuro delle nuove generazioni; e ha previsto, nell’articolo 41, che l’iniziativa economica non possa svolgersi arrecando danno alla salute e all’ambiente: sarà la legge a determinare programmi e controlli efficaci al fine di coordinare l’attività economica, pubblica e privata, a tutela dell’ambiente stesso.

Vincenzo Pepe, cilentano di Torchiara, cuore antico e colto della “Campania Felix”, è Ordinario di diritto dell’ambiente e dell’energia italiano e comparato nel dipartimento di Scienze politiche dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Caserta: dal 2007 è Presidente di FareAmbiente- Movimento Ecologista Europeo, riconosciuto con decreto del Ministero dell’Ambiente nel 2009 e fondato insieme a oltre 100 docenti universitari che oggi conta più di 200.000 iscritti in Italia e in diversi Paesi europei, e che continua a promuovere un’attività scientifica a supporto della nuova gestione dell’ambiente. Presidente della “Fondazione Giambattista Vico” di Vatolla e ideatore delle “Oasi di Filosofia”, luoghi di eccellenza dove la cultura si sposa con paesaggio ed ambiente.

Panorama.it ha dialogato con l’accademico che si definisce «leader dell’ambientalismo responsabile e ragionevole contro il fondamentalismo ideologico», impegnato sul campo, ora che «ambiente e biodiversità entrano nella nostra Costituzione».

Professore, come saluta l’approvazione della riforma costituzionale degli articoli 9 e 41 che inseriscono la tutela dell’ambiente nella carta costituzionale?

«Pur salutando con viva soddisfazione l'inserimento di questi principi, ritengo che essi debbano rientrare effettivamente nella cultura ambientale di tutta la comunità, una cultura vissuta in termini ideologici e fondamentalisti, ma indirizzata verso un ambientalismo illuminato, ragionevole, che sappia coniugare la necessità dello sviluppo del nostro Paese con la sostenibilità. Insomma, un ambientalismo “green”, senza rinunciare alla direttrice dello sviluppo».

A suo dire FareAmbiente si caratterizza come unico movimento ambientalista che rivendica una cultura diversa, “non quella del no o del sì a priori”…

«Rivendichiamo che sia il metodo scientifico a indicarci quale sia il rischio minore per una buona qualità della vita, atteso che tutela dell’ambiente significhi identità dei territori e cultura dell’uomo. Dovrà essere quest’ultimo, con la sua creatività e il suo intelletto, a far sì che ognuno di noi abbia diritto a una buona qualità della vita. E se le aspettative di vita, oggi, mirano ai 90 anni, è anche merito della tecnologia, ovviamente sostenibile».

FareAmbiente si è fatta spazio proponendo una rinnovata concezione dell’ambientalismo.

«Perché crediamo che per comprendere il presente e pensare il futuro sia necessario avere somma consapevolezza del tempo passato che diventa Storia e forgia inevitabilmente l’essere umano costituendone la sua stessa natura. Noi siamo la nostra storia e la nostra formazione, siamo gli aspetti culturali, educativi, naturali, empirici, i condizionamenti esterni, le tradizioni: in una parola l’ambiente, nel quale siamo da sempre immersi e dal quale, per qualsiasi essere vivente, è impossibile evadere».

Spesso in perfetta solitudine, impegnato in Italia per l’energia nucleare come fonte pulita e sicura, lei è balzato agli onori della cronaca come uno dei leader dei “Comitati del No” al referendum per l’abrogazione della legge che reintroduce nel nostro paese il nucleare.

«Quando nel 2013 pubblicai “Non nel mio giardino. Ambiente ed energia oltre la paura”, (Baldini&Castoldi), quel saggio cercò di scuotere un ambiente culturale ed ideologico fermo a qualche decennio addietro. Volevo veicolare un nuovo messaggio ambientalista, del quale “FareAmbiente” si poneva come think-thank ideologico ma non ideologizzato: non sono un politico navigato, ma un ricercatore sul campo che non dimentica richiami personali, affetti, impressioni che fanno, di questa ricerca, un’appassionata traversata del pianeta ambiente».

Parte da lontano, per gettare le basi di una nuova prospettiva…

«La completa valorizzazione di questo “ambitus” è l’obiettivo stesso di FareAmbiente: ricerca e studio di persone votate a una passione civile che si soffermano sui significati e sul valore del termine ambiente. In realtà, un discorso responsabile sul dovere complessivo che dobbiamo ai luoghi che abitiamo, o sulle fonti energetiche, sull’energia nucleare e sugli scenari futuribili del nostro sviluppo, non può sottrarsi dall’affermare che l’ambitus umano sia qualcosa di estremamente prezioso».

Si tratta di un approccio innovativo, di un’inversione di tendenza.

«FareAmbiente non condivide l’accezione che auspica la difesa dell’ambiente come qualcosa che si riduca o ponga in primo piano la salvaguardia di una foresta, la purezza delle acque o la salubrità dell’aria che respiriamo. Si tratta di obiettivi importanti, senza dubbio nobili e necessari, ma pur tuttavia generici, che facilmente possono scivolare nell’astrazione, non sufficienti per raggiungere una consapevolezza più alta del nostro stare al mondo».

L’incontro con Hans-Georg Gadamer (1900-2002) -il grande filosofo ermeneutico tedesco, allievo di Martin Heidegger- segnò il momento della svolta prospettica di FareAmbiente.

«Gli chiedemmo, forse anche ingenuamente, cosa mai potesse essere l’ambiente: stette in silenzio per qualche istante, sembrava che i suoi occhi andassero a cercare altrove la risposta, finché dì improvviso quasi proruppe e con tono risolutorio ma affabile, ci rispose che “L’ambiente è la libertà. E la libertà è responsabilità».

Ma anche il richiamo a Giambattista Vico rimane costante.

«Come non potrebbe esserlo. E’ il modello di una società che si fonda e cresce sulle basi di una civiltà razionale, nella quale la storia non può ridursi a uno snocciolarsi di date ed eventi, messi in ordine semplicemente cronologico. La nascita della “Fondazione Giambattista Vico” diede slancio e visibilità alla cultura, alla formazione, alle scienze e alla valorizzazione delle splendide realtà paesaggistiche, storiche ed artistiche».

E’ il nuovo ambientalismo di FareAmbiente?

«Più semplicemente un orizzonte di teorie, di pensiero e di attività che ho condiviso assieme ai miei amici Elena Croce, figlia di Benedetto Croce, e Gerardo Marotta, indimenticato presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, quest’ultimo figura emblematica proprio di quelle radici morali e teoriche di cui abbiamo ammantato il movimento».

Una prospettiva del tutto sganciata dagli abituali canoni di un certo ambientalismo ideologico e partitico.

«Quello era l’ambientalismo dell’etica dei comportamenti che va a sovrapporsi alla responsabilità delle scelte. La stagione dei “no” preventivi alla ricerca, alle scienze, alle innovazioni tecnologiche, sottoprodotto di molto ambientalismo nostrano, mi pare abbia fatto il suo tempo».

FareAmbiente esordì nel bel mezzo del dibattito in materia di nucleare, se non ricordiamo male…

«Accadde nel 2007, a vent’anni esatti dal referendum che nel 1987 sancì l’abbandono delle tecnologie nucleari da parte dell’Italia, e prima della chiamata referendaria del 2011 che decretò come i combustibili fossili rimanessero la nostra principale e quasi esclusiva fonte di approvvigionamento energetico. Divenne inevitabile rimettere mano all’intera questione energetica per affrontare le sfide del futuro».

In realtà ragionavate, in perfetta solitudine, di nucleare come “tecnologia complessa”.

«Non è stato facile affrontare riflessioni sospese tra accettabilità e sostenibilità del rischio, energia e democrazia, rimandi continui a idee e uomini che cambiano la storia. I forti richiami a Enrico Mattei, a Felice Ippolito -ideatore del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare- a John Fitzgerald Kennedy, a Mauro De Mauro, a Pier Paolo Pasolini, a Nicolas Tesla, a Ettore Majorana, hanno rappresentato la costruzione ideologica di un movimento innovativo come FareAmbiente».

Nel dibattito entrò anche la drammatica uccisione di Angelo Vassallo, coraggioso Sindaco di Pollica.

«Più volte lo invitato a partecipare e a discutere dei problemi della nostra comune terra d’origine, riflettendo su quanto facessero paura le novità, su come orientarsi nel vasto scenario delle fonti rinnovabili e su come affrontare le “nuove frontiere”, rimanendo ben saldi sugli “antichi doveri”».

E’ venuto il momento di superare il sin troppo ideologizzato mondo della tutela dell’ambiente?

«Così come negli anni Sessanta ci si rese, giustamente, conto che fosse arrivato il momento di dare vita e forza alla difesa della natura, delle specie degli animali, della biodiversità, che bisognasse avere consapevolezza del nostro sviluppo, allo stesso modo oggi è indispensabile un’evoluzione generale di quel pensiero. Il tempo delle battaglie dure e pure è passato, semmai servono una nuova sensibilità, nuove istituzioni, nuove politiche di buon governo, perché l’insieme in gioco si chiama qualità della vita».

Siamo alla svolta ideologica?

«Occorrerebbe, finalmente, riuscire a far dialogare visioni, ideologie, modi di concepire la tutela dell’ambiente, aspetti -questi- rimasti divisi per un tempo sin troppo lungo: operazione difficile, soprattutto quando i cambiamenti riguardano il territorio più prossimo all’uscio di casa nostra, per il quale ogni minimo mutamento genera allarme, preoccupazione, protesta, scontro».

E con il nucleare come la mettiamo?

«Non può essere escluso tra le fonti e tra le tecniche di produzione di energia, e sicuramente deve essere riconsiderato in una cultura di rieducazione all’energia. I preconcetti ideologici sicuramente non aiutano l'ambiente: se vogliamo portare realmente a conclusione la tanto sbandierata transizione ecologica, serve una rivoluzione culturale che non neghi la tecnologia e gli investimenti. Anzi, investimenti maggiori devono essere compiuti nella tecnologia, rinunciando agli idrocarburi che influiscono nel cambiamento del clima».

Provocazione finale, eh…

«Non è possibile escludere le potenzialità del nucleare e del mix energetico. Ciò che occorre è in ogni caso una nuova cultura dell’ambientalismo, che definisco “illuminato”, capace di guardare al futuro e di calmierare le bollette energetiche nazionali, attualmente insostenibili, rendendoci liberi dal giogo delle potenze straniere».

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