Con la pandemia l'Occidente è più simile alla Cina
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Con la pandemia l'Occidente è più simile alla Cina
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Con la pandemia l'Occidente è più simile alla Cina

Le soluzioni sanitarie e quelle economiche, fondate sul nuovo slancio dell'interventismo statale, hanno avvicinato Europa e Usa all'Oriente e al modello di Pechino. Tuttavia, se per la natura del regime cinese una tale evoluzione può essere letta come espressione della volontà di potenza e come un esercizio del politico attraverso mezzi tecnici al contrario per le democrazie pluraliste questa dinamica rischia di asciugare ulteriormente "il politico" a favore di una inarrestabile razionalità tecnocratica.

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Due anni di pandemia hanno mostrato paradossi che non credevamo possibili. Che l'origine del virus sia stata frutto del caso o di una Chernobyl biologica, sorprende come il Paese più direttamente responsabile della pandemia sia uscito rafforzato nell'immagine, nella leadership e nell'economia. I capi del partito comunista cinese non hanno reagito allo shock epidemico in modo diverso da quello che fu dei propri omologhi sovietici: con la negazione prima e con l'offuscamento della verità poi. Non si conoscono i reali numeri della pandemia cinese, non c'è stata leale cooperazione internazionale sul fronte della ricerca medica, non sono state delineate le responsabilità per la corsa del contagio tra dicembre 2019 e febbraio 2020. Quello che sappiamo, invece, è che la Cina ha sfruttato la pandemia per ristrutturare la propria economia e per garantire aiuti gratuiti e non agli altri Paesi colpiti dal virus (tra cui l'Italia, grande compratrice di dispositivi medici cinesi nella prima fase della pandemia).

Insomma, nonostante le tensioni crescenti tra democrazie occidentali e regime di Pechino negli ultimi anni quest'ultimo ha fatto della pandemia un punto di forza anche agli occhi del molle establishment euro-Atlantico.

Appare chiaro, ad ogni modo, il "paradosso cinese" poiché è vero, come ha sottolineato Henry Kissinger nel 2019, che siamo all'inizio di una nuova guerra fredda, eppure i regimi politici occidentali sembrano avvicinarsi a quello di Pechino sul piano politico ed economico. Due modelli in contrasto tra loro finiscono per rassomigliarsi. Lo spiega bene un grande romanzo americano Il nudo e il morto di Norman Mailer, appena pubblicato in italiano dalla Nave di Teseo, dove i soldati americani si chiedono se combattendo i fascisti essi stessi, e il loro Paese, non si sarebbero trasformati in un regime fascista. Gli americani sono stati a lungo ossessionati da questa sindrome osmotica per cui la guerra, reale o fredda, con altre potenze avrebbe trasformato gli Stati Uniti in regimi simili a quelli sconfitti. Durante la guerra fredda, un tema ricorrente nelle analisi di progressisti e conservatori era che stava maturando una sorta di convergenza, la quale faceva assomigliare gli Stati Uniti, almeno per alcuni aspetti, al loro antagonista sovietico. Che tutte le superpotenze nucleari sarebbero diventate Stati totalitari era stata la cupa profezia di George Orwell proprio nell'articolo in cui inventava il termine "Guerra Fredda". Un rischio poi nuovamente denunciato nel celeberrimo romanzo 1984. Ma una preoccupazione simile aveva agitato i sogni anche di un presidente pragmatico come Dwight Eisenhower il quale aveva messo in guardia i cittadini, alla fine della sua presidenza, sul pericolo del potere del "complesso militare-industriale". Nel Nuovo Stato Industriale (1967) invece, John Kenneth Galbraith sosteneva che la pianificazione avrebbe inesorabilmente sostituito il libero mercato nel mondo occidentale, proprio come aveva fatto in Unione Sovietica, a causa delle esigenze della "produzione moderna su larga scala". Inutile dire che timori e suggestioni della classe intellettuale americana si sono rivelati o molto sbagliati oppure si sono solo parzialmente realizzati. Gli Stati Uniti non sono diventati un Paese collettivista né politicamente illiberale. Il divario tra il sistema economico americano e quello sovietico è solamente cresciuto nel tempo, non solo in termini di organizzazione ma anche di prestazioni. Né si è materializzato l'incubo di Orwell: gli Stati Uniti e i suoi alleati non sono degenerati in Oceania, uno stato totalitario indistinguibile dall'Eurasia e dall'Asia.

Tuttavia, la gestione della crisi pandemica della leadership americana non si è risolta nel tracciare una netta linea di demarcazione politica con la Cina, con la quale le frizioni geopolitiche sono state in costante aumento negli ultimi dieci anni. Non sono stati riaffermati principi come il libero mercato, la libertà di parola, lo stato di diritto, il pluralismo politico e la separazione dei poteri per mettere ulteriore distanza tra il sistema americano e quello della Repubblica popolare cinese, basato sul potere illimitato e incontestabile del partito comunista su ogni aspetto della vita individuale. Anzi, sul piano economico gli Stati Uniti hanno seguito la via tracciata dall'autoritarismo di Xi Jinping, fondata sul rilancio dei consumi interni e su accresciuti stimoli fiscali (1 trilione di dollari). L'amministrazione Biden ha varato prima l'American Rescue Plan (1.9 trilioni di dollari), poi l'American Jobs Plan per potenziare le infrastrutture (2.2 trilioni) ed infine l'American Families Plan (1.8 trilioni). Pianificazione, pianificazione, pianificazione. Il costo totale di questi piani arriva a poco meno di 6 trilioni di dollari, equivalente a oltre un quarto del Pil degli Stati Uniti (sebbene la spesa per entrambi i piani Jobs e Families sia distribuita su più anni). I repubblicani non sono nella posizione giusta per attaccare queste scelte di politica economica, avendo incautamente legittimato sia il reddito di base universale che la Modern Monetary Theory con le misure di emergenza approvate lo scorso anno. Da ultimo, ci sono senza dubbio argomenti ragionevoli a favore dei certificati elettronici di vaccinazione (green pass) adottati da molti paesi occidentali, così come sono esistiti precedenti storici per documenti simili. Esiste, tuttavia, un ovvio rischio che tali certificati possano trasformarsi in una sorta di carta d'identità digitale, un sistema che la Cina ha iniziato a utilizzare nel 2018 e che ha stretto ulteriormente il controllo del partito sulla vita dei cittadini e ha ristretto le residue libertà dei "non conformi".

Tutto questo per dire che tanto le soluzioni sanitarie (lockdown, distanziamento, pass vaccinali) quanto quelle economiche, fondate sul nuovo slancio dell'interventismo statale, hanno avvicinato l'Occidente all'Oriente e al modello di Pechino in particolare. Tuttavia, se per la natura genetica, autoritaria e monopolista, del regime cinese una tale evoluzione può essere letta come espressione della volontà di potenza e come un esercizio del politico attraverso mezzi tecnici al contrario per le democrazie pluraliste questa dinamica rischia di asciugare ulteriormente "il politico" a favore di una inarrestabile razionalità tecnocratica capace di fiorire sull'anomia degli individui, anomia rimpolpata proprio dall'isolamento prodotto dalla pandemia.

In questo proliferare di paradossi ve ne è un ultimo che impressiona più degli altri, e cioè l'omogeneità delle soluzioni adottate a livello globale nell'era pandemica indipendentemente dalle costituzioni politiche e dalle tradizioni culturali nazionali o regionali. La globalizzazione non è affatto in ritirata, gli ultimi anni ci hanno ingannato. I paradigmi tecnico-politici sono sempre più somiglianti ed estesi sul piano spaziale. Vale per la sanità, per l'economia, per la tecnologia e per il rapporto tra Stato e cittadini. Seppure i più avveduti avevano saputo scorgerne le premesse nelle scelte politiche ed economiche di questi ultimi anni, nessuno avrebbe scommesso su una convergenza globale così rapida e risolutiva intorno a nuovi paradigmi senza la pandemia.

La differenza nella coloritura della medesima soluzione tra Occidente e Oriente è il verde, le politiche green, proposte dalla classe politica occidentale per gestire un altro stato di emergenza che subentrerà, o meglio appare già in compresenza, a quello pandemico. Scelta che forse può fornire un orizzonte escatologico, il desiderio di una terra più vivibile, sana e sostenibile sia con sfumature di destra che di sinistra, e meno funzionalista rispetto al puro interventismo economico e che garantisce forse alla classe politica il pretesto per uno Stato d'eccezione permanente funzionale all'infusione dirigista di nuove riforme e al mantenimento della presa sulle leve di comando. L'operazione, tuttavia, non appare priva di rischi politici.

Il primo è che l'aspirazione ambientalista è per sua natura di matrice globale e come è noto solo una parte del mondo, quella occidentale appunto, è disposta a piegarsi ad una diversificazione di consumi e ad orientarsi verso nuove tecnologie green. Col pericolo che alcuni Paesi seguano una strada vanificata dal mancato impegno degli altri nel rapportarsi con i cambiamenti globali. Il secondo rischio è quello della deriva tecnocratica, con una letale combinazione tra la costruzione di un complesso tecnologico-industriale-ambientale e politiche restrittive e costose per quella parte di popolazione più periferica e più debole sul piano socio-economico. In questo caso il timore è quello di avere da un lato provvedimenti che andrebbero per gran parte a favore dei grandi attori del capitalismo pubblico e privato e di imporre una vulgata e provvedimenti pedagogici alla maggioranza della popolazione. Una situazione che minerebbe probabilmente la legittimazione politica del nuovo ambientalismo e che rischierebbe di non attuare alcuna concreta azione di redistribuzione del reddito, del fisco e delle opportunità né di aprire nuovi spazi di mercato per le piccole imprese. Il pericolo maggiore è quello di regimi occidentali trasformati in un grande mandarinato burocratico, in cui lo spirito d'iniziativa, la società civile, la creazione imprenditoriale vengano mortificati e sacrificati sull'altare del nuovo centralismo verde.


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