Perché il generale Mori vuole Putin come teste
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Perché il generale Mori vuole Putin come teste
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Perché il generale Mori vuole Putin come teste

La richiesta al processo palermitano sulla "Trattativa Stato-Mafia", se saranno depositate le intercettazioni del boss mafioso Giuseppe Graviano

"Le intercettazioni del mafioso Giuseppe Graviano in carcere non hanno nulla a che vedere con il processo paermitano sulla presunta trattatava tra Stato e mafia".

Così il generale Mario Mori, fondatore del Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri e già direttore del Sisde, il servizio segreto interno, spiega a Panorama.it i motivi dell'opposizione al deposito di quegli atti.

Mori insiste: "I miei avvocati, così come quelli di altri imputati, lo hanno spiegato bene: le intercettazioni di Graviano sono atti ultronei, inutili. Di più: Graviano, quando parlava in prigione, sapeva perfettamente di essere intercettato. Per questo noi ci opponiamo al deposito di quei documenti": se possibile, non vorrei perdere altri cinque mesi di vita".

Le intercettazioni, registrate tra il 19 gennaio 2016 e il 29 marzo 2017, sono state raccolte in oltre 5 mila pagine dalla Procura di Palermo.

In quei 15 mesi la magistratura ha disposto l'ascolto delle conversazioni tra Graviano, boss mafioso del quartiere palermitano di Brancaccio, e il camorrista Umberto Adinolfi. Tra di loro, i due malavitosi parlano di tutto, dal calcio alla politica, fino alle stragi siciliane del 1992.

È per quest'ultimo elemento che la Procura di Palermo ha chiesto alla Corte d'assise l'autorizzazione al deposito, anche se in effetti nelle intercettazioni apparentemente non c'è nulla che sia direttamente collegabile alle ipotesi di reato di cui tratta il processo: e cioè uno "scambio" tra l'alleggerimento del carcere duro per i mafiosi e uno stop alle stragi di mafia del 1992-93.

È stato per questo che, nel caso in cui la richiesta della Procura venisse accolta, con una mossa in qualche misura polemica l'avvocato di Mori, Basilio Milio, ha chiesto ai giudici palermitani di chiamare allora a testimoniare Vladimir Putin: il presidente russo dovrebbe essere sentito in merito a un'indagine che nel 1991-92 stava conducendo l'allora procuratore generale di Russia Valentin Stepankov, in stretto contatto con Giovanni Falcone.

L'inchiesta di Stepankov, avviata nel 1991 dopo il crollo dell'Urss, cercava di verificare dove fossero finiti gli oltre  mille miliardi di lire versati segretamente dall'Unione sovietica al Pci-Pds per circa 40 anni, dal 1951 al 1991.

Come rivelato nel 2016 dal libro Il viaggio di Falcone a Mosca di Francesco Bigazzi e Valentin Stepankov (Mondadori), nel 1992 Falcone - che in quel momento era al ministero della Giustizia come direttore degli affari penali, e quindi seguiva tutte le rogatorie internazionali e le collaborazioni con magistrature straniere - aveva già incontrato Stepankov a Roma almeno una volta, e se non fosse morto nell'attentato del 23 maggio 1992 sarebbe presto volato a Mosca per continuare la collaborazione investigativa.

Nel libro di Bigazzi, Stepankov rivela che in base alle sue indagini l'oro di Mosca veniva riciclato anche attraverso organizzazioni criminali e passava per la Sicilia.

L'ex procuratore generale di Russia sostiene anche di essersi convinto che la strage di Capaci possa avere avuto una motivazione aggiuntiva, rispetto a quella della vendetta di mafia. E cioè che l'omicidio di Falcone, così come più tardi quello di Paolo Borsellino, siano serviti per bloccare l'inchiesta sul denaro che correva tra Russia e Italia.

"È uno dei misteri irrisolti di quel periodo" dice l'avvocato Milio a Panorama.it "e se la Procura vuole depositare le intercettazioni di Graviano, allora perché non cercare di capire se la morte di Falcone davvero non possa avere avuto altre cause, o concause?".

La difesa di Mori, sempre nel caso in cui vengano ammesse nel processo sulla "trattativa" le intercettazioni di Graviano, ha chiesto anche l'esame in aula del procuratore aggiunto di Milano, Ilda Bocassini, che nel 1992 aveva indagato a Palermo sulla strage di via D'Amelio adombrando pesanti dubbi sull'attendibilità del pentito Vincenzo Scarantino.

La Corte deciderà nell’udienza del 29 giugno.

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