Il pentito, ex autista di Riina ora opinion leader
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Il pentito, ex autista di Riina ora opinion leader
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Il pentito, ex autista di Riina ora opinion leader

E' la storia di Gaspare Mutolo che ora scrive libri e vota Renzi

Scrive libri, usa facebook, dipinge quadri e li vende nelle gallerie d’arte, dichiara di votare Renzi e ora diventa anche opinionista sulla trattativa Stato-mafia. Il pentito Gaspare Mutolo, autista di Totò Riina, che lo ha conosciuto più volte in cella, giocando a dama, ne ha fatta di strada da quando accostava il boss a papa Giovanni XXIII, «se lei ci parla sembra un predicatore: si ricorda Papa Giovanni…quel viso bello!» e lo descriveva come «persona molto docile e apparentemente umile» e che nella sua «ingenuità, è sempre stato un po’ dolce».

Il suo pentimento arriva nel 1992. Ora intervistato da La Zanzara, su Radio24 dispensa pillole di verità: «la trattativa fra Stato e Mafia, c’è stata di sicuro», «il presidente Napolitano, detto con grande rispetto, si è voluto immischiare nei processi, vuole coprire qualcosa che non era giusto e nascondere la verità».

Mutolo ai microfoni parla anche della strage di via d’Amelio e del giudice Borsellino: «fu ucciso perche era contrario alla trattativa, al cento per cento». Poi su Berlusconi, «ho avuto delle esperienze personali con il personaggio Berlusconi, non in senso stretto alla mafia ma aveva contatti con qualche mafioso».

I giudici del tribunale di Palermo, nelle motivazioni della sentenza che hanno assolto, il 17 luglio scorso, il prefetto Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, per la mancata cattura di Provenzano nel 1995, «perché il fatto non sussiste», sentenza impugnata dalla procura di Palermo, lo bollano come pentito non attendibile. E sono passati vent’anni ormai dalla sua apparizione in commissione antimafia, a cui ne sono succedute altre. Ma il 9 febbraio 1993, davanti al presidente Violante e ai membri della commissione fra cui l’ex ministro dell’Interno, Scotti, il giudice Imposimato, Giuseppe Ayala, Alfredo Galasso, Pietro Folena, accusa il giudice Signorino e Contrada di essere collusi con la mafia. Nelle sue interminabili ore di dichiarazioni, perché non è una persona di poche parole (anzi, celebre la sua deposizione resa nel 1996 al processo sulla strage di Capaci, durata 20 ore) mai un accenno, sul presunto patto Stato-mafia. 

Anzi in quell’assise, dichiara fiero davanti ai parlamentari «ciò che ci da fastidio, non è il carcere, ma che ci vengano tolti i soldi. Questa è la cosa fondamentale»

Sulla morte dei giudici Falcone e Borsellino, rivela «secondo quello che so viene inquadrato senza ombra di dubbio nel discorso che uno era l’uomo più pericoloso: infatti l’intelligenza del giudice Falcone è ben nota; non so se in altri campi era intelligente, ma nel combattere la mafia la sua capacità era indiscussa e rappresentava quindi un elemento da eliminare; l’altro era il depositario di una cultura che allora non tutti i magistrati avevano». E spiega ancora meglio il concetto: «Falcone era un potenziale pericolo, non stava senza dare continui grattacapi alla mafia, Borsellino anche se in apparenza più bonario, già nel 1980 si era parlato di eliminarlo perché il Madonia Francesco si sentiva perseguitato da lui, avendo egli emesso alcuni mandati di cattura». Inoltre riferisce che le cessazioni delle stragi in Sicilia, erano dovute al fatto «che sono scesi i militari quindi logisticamente è diventato più difficile muoversi con la dinamite» ma «non escludo che ci siano altre fuori», «Cosa nostra ha agganci in diverse città Napoli, Milano, Roma, Firenze» e addebita il tutto alla sentenza del maxiprocesso, «la sentenza della corte di cassazione ha segnato l’inizio della fine». 

Rispondendo alle domande di Violante se vi erano personaggi politici collusi Mutolo dice «non è che io fossi ad un livello di Cosa nostra tale da occuparmi di discorsi politici» aggiungendo che lui veniva chiamato solo per uccidere. Nelle sue lunghe deposizioni rese in ventuno anni sino ad oggi sia in commissione antimafia, sia nei tribunali siciliani, tra cui quello di Caltanissetta, che indagava proprio sulla strage di via D’Amelio, Mutolo non ha parlato né di trattativa Stato-mafia né di accelerazione per la morte del giudice Borsellino. 

Solo nel 2009, quando il processo a carico dei due ufficiali dell’Arma, Mori e Obinu, per la mancata cattura di Provenzano nel 1995, era di dominio pubblico, con Ciancimino jr ospite fisso nei talk show, il pentito sente l’esigenza di dire la “sua” verità in aula, tra l’altro smentita più volte, dai suoi stessi funzionari della Dia, che lo avevano in custodia sia per la sicurezza personale sia per i rapporti con la magistratura. Ma non fa nulla. L’importante è cavalcare il tormentone musicale del momento, diventare opinionisti e scrivere libri, in barba alla Verità.      

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