Scissione nel Pd, 3 motivi per farla e 3 per non farla
Scissione nel Pd, 3 motivi per farla e 3 per non farla
News

Scissione nel Pd, 3 motivi per farla e 3 per non farla

Ecco perché il Partito democratico potrebbe spaccarsi e perché invece resterà unito



A pochi giorni dal fatidico voto di fiducia sul Jobs Act, le acque in casa Pd restano agitate. Tra minacce di voti contrari, annunci di “ritocchi cosmetici” e nette chiusure, resta in campo l'ipotesi scissione. Ecco le ragioni che per cui i dissidenti democratici potrebbero arrivare a compiere il passo fatale e quelle che per cui invece rinunceranno.

 

Sì, per salvare la faccia a sinistra

Una sinistra che non si batte per i diritti dei lavoratori che sinistra è? Visto che la sinistra a trazione renziana è diventata una cosa altra rispetto alla sinistra tradizionale, che senso ha rimanerci? Il ragionamento è questo: se più che i diritti dei lavoratori questo Pd ha a cuore i privilegi dei padroni (a cominciare da quello di licenziare senza più il dovere di reintegrare anche qualora il giudice dovesse stabilire che il licenziamento è avvenuto senza giusta causa), che figura ci facciamo continuando a starci dentro?

Senza contare il resto, a cominciare dall'atto sacrilego primordiale: aver permesso al nemico assoluto Silvio Berlusconi di profanare la propria casa invitandolo al Nazareno per fare accordi con lui! Ma poi ci sono anche il governo con il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, le discutibili relazioni con affaristi e finanzieri alla Davide Serra, lo scontro feroce con i sindacati, in particolare con quello storicamente più vicino, praticamente fuso con la sinistra stessa, la Cgil.

 

Sì, per Maurizio Landini

Dopo le promesse mancate Cofferati e Barca, finalmente la sinistra sinistra avrebbe trovato un vero leader su cui puntare. Secondo alcuni sondaggi il capo della Fiom raggiungerebbe già il 10%.

Maurizio Landini è infatti l'unico in grado di parlare alla pari con il presidente del Consiglio. Dopo essersi annusati e probabilmente anche piaciuti, adesso lui e Matteo Renzi sarebbero ai ferri corti. Lunedì scorso abbiamo scritto che se di farsi un partitino per conto suo “non frega niente”, non si può escludere che un giorno Landini decida di contendere a Matteo premiership e leadership a sinistra. Insomma, chi ormai da un anno continua a dover ingoiare l'amaro calice del renzismo, costretto soprattutto dalla forza dei numeri ottenuti alle scorse elezioni europee da chi nel giro di pochi mesi è riuscito a prendersi partito e governo, adesso inizia a vedere una luce in fondo al tunnel: l'antagonista.

Sì, perché Renzi non dura

C'è chi pensa che il cambiamento in atto sia più apparente che di sostanza e che tutto tornerà prima o poi come prima. Che se l'elettorato progressista ha premiato Matteo Renzi concedendogli anche di portare la sinistra su posizioni liberiste è stato da una parte per frustrazione dall'altra per invaghimento nei confronti di un giovane leader capace di parlare direttamente alla pancia del Paese, di dissacrare luoghi e linguaggi della politica e di battere qualunque avversario.

Ma quando l'ebrezza sarà passata, e la gente di centrosinistra si accorgerà che sotto la superficie c'è solo la brutta copia di Silvio Berlusconi, che alle promesse non sono seguiti i fatti, ai tweet le leggi (con i tagli annunciati nella legge di stabilità gli amministratori locali, sindaci e governatori, sembrano già aver perso tutta la fiducia iniziale) allora tornerà sui suoi passi. E là bisognerà farsi trovare.

No, per non sparire

Staccarsi in questo momento significherebbe condannarsi alla marginalità. Non solo in Parlamento ma anche fuori. Finché i vari Civati, Fassina, D'Attorre, Mineo continueranno a tenere il partito in fibrillazione, minacciando per esempio di non votare la fiducia per loro ci sarà sempre un taccuino pronto a raccogliere ogni loro dichiarazione e una poltrona ad accoglierli nei salotti televisivi. Ma una volta fuori, condannati alla marginalità (come è sempre accaduto in passato), ininfluenti davanti alla nuova maggioranza che Renzi avrà trovato raccolto intorno a sé magari imbarcando gli ex M5S, chi li inviterebbe ancora?

Senza contare che per riprendersi il partito (in Parlamento bersaniani e dalemiani hanno ancora la maggioranza dei gruppi, ottanta deputati e una trentina di senatori) tocca aspettare, da Statuto, il prossimo Congresso tra quattro anni, mentre se si andasse al voto anticipato sparirebbero già questa primavera.

 

No, per via della nuova legge elettorale

Se nella nuova legge elettorale dovesse passare la proposta di Renzi (che Berlusconi starebbe tentando di far digerire ai suoi) di premio alla lista e non alla coalizione, un'eventuale formazione composta da ex Pd rischierebbe di non raggiungere la fatidica soglia. Di un'eventuale scissione si avvantaggerebbe dunque solo lo stesso Matteo Renzi. Sembra infatti che il premier giochi a tirare la corda proprio per provocare lo strappo. Sul Jobs Act per esempio le concessioni saranno minime (“piccoli ritocchi cosmetici” dicono i suoi) e se anche i vari Fassina e Civati votassero no alla fiducia, non influenzerebbero comunque il risultato mettendosi fuori gioco da soli.

Per carità, nessuno parla di espulsione, ma quando il premier, che è anche segretario del partito, dice che “se alcuni dei nostri non voteranno la fiducia, mettendo in pericolo la stabilità del governo o lo fanno cadere, le cose naturalmente cambiano”, cosa significa se non che verrebbe messa in discussione la stessa appartenenza di questa minoranza al Pd?

No, perché non ci sono i soldi

Con quali soldi si farebbero un nuovo partito? Attualmente il Pd ha un rosso di circa 10 milioni di euro. Per far fronte a un buco del genere e alla fine dei finanziamenti pubblici ridotti ormai a pochi spiccioli rispetto ai fasti del passato e destinati a essere cancellati completamente dal 2017, al Nazareno le stanno studiando tutte: dalla chiusura dei circoli che non ce la fanno a pagarsi l'affitto da soli, ai versamenti da parte dei propri parlamentari e candidati, alle cene di autofinanziamento da 1000 euro a partecipante come quelle che stanno per svolgersi a Roma e Milano.

Insomma, i partiti per sopravvivere potranno contare d'ora in avanti solo sulle proprie forze e quelle dei propri finanziatori e sponsor, sugli eletti e sugli elettori (grandi e piccoli): più se ne avranno più si incasserà più si camperà. Perché mantenere una sede centrale più quelle locali, il personale, il sito ecc ecc costa e se sei una forza politica da una sola cifra come campi? Senza contare, nel caso degli aspiranti scissionisti, che chi – nonostante le smentite – ha ancora in mano la cassaforte delle 57 fondazioni diessine è l'ex tesoriere Ugo Sposetti. E Ugo Sposetti ha detto: “Chi vuole la scissione del partito non venga a cercare me”.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti