Vincenzo Speziali: «Non sono il capo della Spectre»
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Vincenzo Speziali: «Non sono il capo della Spectre»
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Vincenzo Speziali: «Non sono il capo della Spectre»

Parla Vincenzo Speziali, imprenditore italiano in Libano, coinvolto nell'inchiesta che ha portato in carcere Claudio Scajola: «Non sono mai stato a Dubai e non conosco Amedeo Matacena»

«Non sono mai stato a Dubai. Non conosco Amedeo Matacena. Non ho mai tramato per farlo fuggire in Libano. Non sono un faccendiere. Soprattutto, non sono il capo della Spectre. E denuncerò chi mi sta calunniando». Vincenzo Spaziali, l'imprenditore calabrese che suo malgrado è diventato uno dei protagonisti dell'inchiesta giudiziaria che ha visto l'ex ministro dell'Interno Claudio Scajola finire in carcere lo scorso maggio con l'accusa di avere favorito la latitanza dell'ex parlamentare Matacena, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa (il processo per direttissima contro Scajola comincerà il 22 ottobre), chiama al telefono Panorama.it  dal Libano perché vuole raccontare la sua parte di verità.

Speziali, 40 anni compiuti lo scorso 5 agosto, parla dalla sua casa di Beirut, città dove da tempo vive con la moglie e i figli. Nelle carte della Procura di Reggio Calabria sta scritto che avrebbe fatto da tramite fra Scajola e Amin Gemayel, presidente libanese, per convincerlo a dare un più sicuro asilo politico a Matacena. La moglie di Speziali, in effetti, è parente del presidente libanese («Mio suocero è suo cugino», dice Speziali). E i pm calabresi hanno tra le mani un telefax, trasmesso intorno allo scorso 20 marzo a Scajola: è una lettera interamente scritta al computer in cui un presunto Gemayel parrebbe assicurare un intervento per «trovare un modo riservato per fare uscire Matacena dagli Emirati arabi».

Il punto controverso su quel foglio, considerato fondamentale dall'accusa, è che Scajola ha dichiarato in un interrogatorio di avere ricevuto il fax proprio da Speziali. Scajola ha anche manifestato clamorosi dubbi sulla veridicità di quello scritto, siglato con un imperscrutabile sgorbio a mano. I suoi legali, Giorgio Perroni ed Elisabetta Busuito, hanno insistito nelle loro memorie sull'ipotesi che Speziali abbia fatto avere quel foglio di carta a Scajola al solo scopo di accreditarsi presso di lui, per ottenerne un appoggio nella sua carriera politica. 

L'immagine che ne è uscita è quella di un personaggio a metà strada fra il millantatore e il faccendiere. Che oggi Speziali disperatamente nega. L'uomo è decisamente esasperato da tutto quello che è stato scritto sul suo conto. Dice di aver più volte chiesto attraverso i suoi avvocati di essere ascoltato dal sostituto procuratore calabrese Giuseppe Lombardo, titolare dell'inchiesta, ma di non averne mai avuto risposta. «Io sono un imprenditore di quarta generazione» protesta Speziali. «Qui in Libano realizzo grandi opere e attualmente sto lavorando a due autostrade: non possono farmi passare né per faccendiere, né per millantatore».

La spontanea testimonianza telefonica di Speziali ha un doppio risultato: complicare il quadro delle accuse contro Scajola, di per sé già piuttosto confuse, e indirettamente indebolire il quadro accusatorio. Perché se è vero che non è stato lui a spedire il controverso telefax, né pare sia stato Gemayel, che a sua volta lo ha negato con forza, chi lo ha fatto avere all'ex ministro dell'Interno? E perché? Mistero. Per accrescere l'apparente fragilità dell'indagine, va detto che né Gemayel né Speziali, assai curiosamente, sono indagati dalla procura di Reggio per avere cercato di aiutare la latitanza di Matacena. 

«Io devo difendere il mio onore e la mia reputazione» dice Speziali. «Non sono il mascalzone che i giornali italiani stanno descrivendo da qualche mese. Soffro per le accuse di Scajola, di cui ero amico. Ma nego con forza tutto quello che è stato detto su di me. E mi domando chi mai possa credere all'ipotesi che Gemayel e io abbiamo tramato per aiutare non uno, ma ben due condannati per fatti di mafia nello stesso momento». 

Sì, perché l'ipotesi di reato (la «procurata inosservanza di misure di sicurezza detentive», all'art. 390 del codice penale) effettivamente riguarda non soltanto Matacena, condannato defintivamente nel giugno 2013 a 3 anni di reclusione per consorso esterno in fatti di 'ndrangheta, ma anche Marcello Dell'Utri, nel maggio 2014 condannato definitivamente a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e dichiarato latitante un mese prima.

Speziali nega anche di aver contattato Scajola per essere candidato: «È vero che che amo la politica» dice l'imprenditore «ed è vero che l'ho sempre fatta, è una mia passione. Sono stato consigliere comunale a Catanzaro, mio zio era senatore, io stesso sono stato ai vertici dei giovani democristiani e anche in Libano ho continuato a fare politica, da cattolico. Ma non è vero che abbia chiesto aiuto a Scajola per una candidatura al Senato o alla Camera. D’altra parte, lui non era riuscito a pensare a se stesso, e Forza Italia non aveva voluto candidarlo alle politiche: come avrebbe potuto aiutare me?».

Per di più, Speziali ricorda che tra Libano e Italia esiste un trattato bilaterale, che offre all'autorità giudiziaria dei due paesi il diritto reciproco a ottenere l'estradizione di un latitante: «Non per nulla» ricorda Cesare Placanica, che insieme a Giancarlo Pittelli è l'avvocato difensore di Speziali «lo scorso 13 giugno Dell'Utri è stato consegnato senza troppi problemi alla magistratura italiana: ma che senso avrebbe avuto allora per Matacena trasferirsi in Libano, se Dubai aveva appena rifiutato l'estradizione all'Italia?».  

Domanda inappuntabile. Qualcuno risponderà?

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