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Parisi contro Sala: altro che noia

Lo scontro tra i due sfidanti al ballottaggio di Milano è diventato duro. Più per il candidato PD impreparato ai toni forti del rivale

Doveva essere una sfida noiosa, quella di Milano. Due candidati quasi intercambiabili, Beppe Sala e Stefano Parisi. Due figure che vengono dal mondo dell’azienda, così moderate da essere quasi sovrapponibili.

Ci preparavamo fra gli sbadigli a dibattiti più simili alle pacate discussioni di un consiglio d’amministrazione che alle sanguigne tribune politiche di un tempo.
Grisaglia di rigore per entrambi, a distinguerli solo la camicia bianca e la cravatta sottile di taglio renziano per Sala, contrapporta alla camicia botton-down con i bottoni slacciati, e alla cravatta regimental, per Parisi.

Insomma, si profilava una campagna elettorale entusiasmante come le elezioni cantonali nella Svizzera tedesca. Poi, però, è successo qualcosa.
Al dott. Giuseppe Sala il premier Renzi in persona aveva garantito che l’elezione a sindaco sarebbe stata poco più che una formalità. Si trattava giusto di superare il fastidio delle primarie e poi occorreva solo di pazientare per sedersi a palazzo Marino, in quelle stanze che già conosceva bene, per essere stato il City Manager della giunta di centro-destra di Letizia Moratti.

Già, questo era un piccolo problema. Sala non soltanto era il massimo collaboratore della Moratti, ma da lei e dal centrodestra è stato nominato Amministratore Delegato di Expo, l’evento di cui va tanto fiero e che dovrebbe rappresentare la prova provata delle sue capacità di gestione.
Per molti milanesi, soprattutto per gli elettori di sinistra, è risultato un po’ difficile capire.

Renzi ha proposto loro un candidato sindaco che si vanta di essere sempre stato di sinistra, che indossa orgoglioso la maglietta rossa del “Che”, che dice che all’epoca della Moratti Milano era in mano a “brutte facce”, e che si infuria con il rivale Parisi perché, tra gli oltre mille candidati nei municipi che lo appoggiano, ce n’è uno che simpatizza per l’estrema destra.

Lo stesso candidato, della Moratti è stato per cinque anni il braccio destro, con quelle “brutte facce” andava d’amore e d’accordo (leghisti compresi), dice che in Inghilterra voterebbe per i Conservatori.

Ma poi Beppe ha scoperto con orrore al primo turno che la passeggiata verso Palazzo Marino è tutt’altro che una passeggiata, che il candidato “presunto gemello” Parisi ha annullato l’enorme distacco iniziale, e che il ballottaggio di domenica prossima si annuncia tutto in salita

A questo punto, Sala ha deciso di gettare alle ortiche la fairness. Se prima la campagna elettorale pareva un educato scambio di idee in un club britannico sui dettagli dell’ultima caccia alla volpe, all’improvviso si è trasformata in una gara di wrestling, dove si tirano colpi all’impazzata, badando più alla spettacolarità che alla precisione.

Per la verità, dapprima il cambio è stato piuttosto unilaterale: Parisi, che non si scompone facilmente, non ha fatto una piega ed ha continuato a parlare di sicurezza, di tasse, di burocrazia, di crescita.

Poi però è successo qualcosa di grave. Fino a quando Sala e i suoi si sono limitati ad accuse false, non ha fatto altro che precisare pazientemente. Quando per drammatizzare lo scontro hanno contrapposto al volto di Sala non quello di Parisi, ma quelli – ritenuti evidentemente più preoccupanti – della Gelmini, di La Russa, di Salvini e di Lupi, si è limitato ad inarcare un sopracciglio.

Persino quando, per lo stesso gioco, la sinistra ha usato il viso di Berlusconi, proprio nei giorni in cui il leader azzurro si trovava in rianimazione, si è limitato a sottolineare la caduta di stile.

Ma poi fra i tanti scivoloni di Sala e dei suoi sostenitori ce n’è stato uno particolarmente brutto.
Un quotidiano milanese notoriamente vicino al centrodestra ha avuto l’ idea – naturalmente opinabile - di regalare ai propri lettori una copia di Mein Kampf.
Il PD, che non vedeva l’ora, si è scatenato: il legame Parisi-Centrodestra-Hitler è diventato il tormentone del giorno.

Milano è stata inondata da email terrorizzanti, nelle quali il volto pacioso di Parisi è stato accostato a quello arcigno del dittatore germanico, e si affermava che in caso di vittoria dell’ex city manager di Albertini i seguaci del nazismo sarebbero entrati al Comune di Milano.

Questo, Parisi non ha potuto accettarlo. Sua moglie è ebrea, le sue figlie sono ebree, ha casa a Tel Aviv, considera Israele la sua seconda patria. L’accostamento, anche indiretto, al nazismo, l’accusa di andare a caccia del voto degli ultimi seguaci del dittatore tedesco, è la peggiore offesa che si poteva fargli.

Da allora anche Parisi è diventato cattivo. Non nei modi – non ne è capace – ma nella sostanza. Ha ingiunto al Ministro Boschi, che si era avventurata con giovanile incoscienza su questo terreno, di rispettare la sua funzione istituzionale, e la dolce Maria Elena ha dovuto scusarsi con lui.

Gli incontri televisivi con Sala sono diventati molto frizzanti, fra lo sconcerto dei conduttori e soprattutto dell’avversario che, evidentemente impreparato e vedersi contestare con durezza falsità e contraddizioni, persino sull’argomento tabù dei conti-Expo, e sulla candidata islamista presente nelle sue liste, è stato visto più volte balbettare, in preda all’ira e all’imbarazzo.

Al punto da porre come condizione per ulteriori trasmissioni di non stare nello stesso studio del rivale.

Insomma, gli ultimi giorni di campagna elettorale sono tutto meno che noiosi. Riuscirà il quieto ma determinato Parisi a sottrarre a Sala la vittoria un tempo annunciata, oggi sempre più in pericolo? Sarà una gara appassionante, quella che si deciderà domenica al ballottaggio.

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