Nomine pubbliche: bluff o rivoluzione?
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Nomine pubbliche: bluff o rivoluzione?

Il rottamatore ormai mastica politik ed evita di passare come un rullo compressore sui vertici delle aziende pubbliche

La prima tornata di nomine nelle grandi aziende pubbliche segna il superamento del renzismo. O almeno la sospensione di quella filosofia del ‘cimentarsi permanente’, assai remunerativa sul piano della comunicazione politica, a tratti deludente sul piano dei risultati concreti. Invece, per la designazione di presidenti e amministratori delegati di alcuni dei più importanti colossi dell’economia metà stato e metà mercato, Renzi se ne infischia del renzismo. Lo ripone in un cassetto: ‘Per il momento stai buono lì che devo governare’.

Quando c’è da fare sul serio, Renzi non si tira indietro. Al suo primo esercizio di vera e onerosa gestione del potere, il premier sceglie la realpolitik. Decide la politica, bando alle ciance. Nomine politiche, ragionevolmente lottizzate, tanto da accontentare non solo l’alleato di governo, Alfano, ma anche il leader prigioniero, Silvio Berlusconi. E poi c’è sempre uno strapuntino per Pierferdinando Casini che piazza il suo ex portavoce Roberto Rao nel cda di Poste italiane. Gli Stati Uniti incassano.

Dopo aver maramaldeggiato sul limite inviolabile dei tre mandati, Renzi sceglie tre manager di razza – Descalzi, Moretti e Starace – che insieme fanno 73 anni nella gestione delle aziende pubbliche. Dopo aver pontificato sul merito della giovane età, la scelta ‘rottamatrice’ cade sul 57enne Caio, sul 59enne Starace, sul 61enne Moretti e sul 66enne De Gennaro. Viene da domandarsi, a voler essere impertinenti, se Moretti parli inglese (gira voce che la risposta sia negativa). Viene da domandarsi, a voler essere impertinentissimi, se le liste di manager papabili compilate dalle due società di cacciatori di teste incaricate dal governo siano state tenute in qualche considerazione (gira voce che anche in questo caso la risposta sia negativa, carta straccia).

Il lato positivo è quello femminile. Finalmente accedono a ruoli di vertici delle donne che non hanno avuto semplicemente la ventura di nascere femmine (il che non può essere un demerito, ma non è certamente un merito); ma hanno lavorato e brigato a tal punto da rendersi riconoscibilissime nei rispettivi settori. Hanno ereditato le aziende paterne, rintuzza qualcuno. In alcuni casi è vero. Ma anche quando erediti un’azienda, se non sai gestirla la farai fallire. Invece Marcegaglia e Todini, per fare due esempi, hanno coltivato competenza ed ambizione riscuotendo ottimi risultati. Insomma, dopo le scelte rosa come mero paravento sessualmente corretto, finalmente abbiamo delle donne di successo, capaci e affermate, che non si faranno certamente abbindolare da Renzi o da chi per lui. Questa sì che è una svolta, dopo tanta inutile esibizione di addomesticate mezze tacche.

Gli amministratori delegati sono tutti maschi, è vero. Le donne presiedono e gli uomini guidano, c’è poco da fare. Ma vogliamo pensare che ancora una volta sia stata la realpolitik a condurre il saggio Renzi nelle delicate decisioni della fase di consolidamento del Renzi Power; la fase in cui non sono ammesse brutte figure. Ora toccherà vigilare sui potenziali conflitti d’interessi visto che tra i membri dei vari cda si annoverano ben noti banchieri e avvocati di importanti studi legali. C’è poi una nota di colore: tra i legulei compare Alberto Bianchi, avvocato di Renzi e presidente della fondazione renziana Open (quella di cui è segretario generale il ministro Maria Elena Boschi). Per lui Renzi ha trovato un posto nel cda dell’Enel. Ormai il rottamatore mastica politik. E’ pur sempre fiorentino, Machiavelli docet.

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