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Nola, il simbolo di una civiltà in ginocchio

Accanto alle indiscutibili eccellenze, la sanità italiana è anche quella delle immagini al Pronto Soccorso del Santa Maria della Pietà

Nola, fotografia dell’Italia. Malati a terra al Pronto Soccorso dell’Ospedale di "Santa Maria della Pietà". Gli infermieri chini sui corpi sofferenti. Una copertina e il pavimento. Niente barelle. Niente lettini. Sul duro. Gettati là.

Pancia in sotto, pancia in su, a seconda della postura imposta dal dolore o dalla cura. Chi vomita e gli va impedito di soffocare. Chi ha il cuore in arresto cardiaco e gli va ridata la vita col defibrillatore. I sanitari anche loro a terra, in ginocchio. La sanità in ginocchio. La civiltà in ginocchio.

Il male minore

Non il buonsenso, se il direttore della Asl da cui dipende l’ospedale può dire che è meglio tenerli a terra, i malati, che non curarli (e assurdamente ha perfino ragione), che c’è stato un numero eccessivo di arrivi a causa dell’influenza nella notte tra il 6 e il 7 gennaio, che i posti letto sono pochi, troppo pochi, per un bacino immenso, che i medici hanno fatto quello che hanno potuto, e che quelle vite sono salve grazie a loro.

Tutto vero, tutto assurdamente vero. Ma poi scopri che le barelle non erano sufficienti e per recuperarne altre ne sono state prese due alle ambulanze (sic).

L’Italia è tutta in quelle immagini: qualità umane di gente che opera in condizioni disastrate, professionalità umiliate da luoghi di lavoro privi dei requisiti minimi, pazienti troppo pazienti anzi rassegnati, degrado dei servizi pubblici a cominciare da quelli per la salute. Rovina ed eccellenza.

Perché poi accanto a ospedali al collasso ne trovi di lindi e perfetti. Perché ci sono troppe differenze sul territorio, anche più ramificate di quelle che semplicisticamente definiamo nord-sud. Perché all’immagine di degrado fisico e strutturale non sempre corrisponde la sostanza di un’assistenza inferiore (e viceversa, la pulizia può sposarsi con l’incompetenza).

Però va detto: che la situazione di Nola è tutt’altro che unica. Che o noi personalmente o nostri amici o conoscenti abbiamo potuto toccare con mano l’insufficienza dei Pronto Soccorso nelle piccole come nelle grandi città. E che la bolgia infernale di un grande Pronto Soccorso facilmente somiglia a un incubo da film, coi lettini accostati l’uno all’altro finché ci sono, coi corridoi ingombri di barelle, e adesso coi malati per terra. E che, peggio ancora, tra le pieghe di quelle lenzuola può succedere che spuntino foglietti coi numeri di telefono degli stessi medici ospedalieri che operano in privato e qualcuno, qualche angelo traditore, ti bisbiglia nell’orecchio che dall’inferno dell’ospedale non uscirai mai, mentre il paradiso privato ti aspetta il giorno dopo. Il giorno stesso. E pagando vieni ammesso.

Sanità e politica

Infine però ci sono i medici eroi, eroi anche solo per il fatto di continuare nonostante tutto a svolgere il loro lavoro, con i malati ammonticchiati nei Pronto Soccorso o stesi a terra come stracci.

Medici che combattono con un numero sempre inferiore di letti. Medici che non avranno turn over e una volta in pensione non si vedranno sostituire da allievi giovani eppur maturi. E tutto questo a fronte di tasse che ci scorticano e di un rapporto tra pressione fiscale e servizi offerti indegno di un paese civile.

Attenti però a non tirare la prima pietra, perché potrebbe tornarci contro. Per troppi anni abbiamo tollerato una gestione "politica" della sanità e una corruzione che ha contribuito a portare i nosocomi sull’orlo del fallimento (e oltre)

Si è sempre detto che la sanità italiana funziona perché abbiamo bravi medici, tra i migliori al mondo. Ma adesso che i mezzi mancano e anche i medici cominciano a scarseggiare, o a soffrire le falle del sistema, crescerà la diseguaglianza sociale che significherà, sempre di più, o la vita o la morte.

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