La sconfortante (per noi) corsa a sindaco di New York
La sconfortante (per noi) corsa a sindaco di New York
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La sconfortante (per noi) corsa a sindaco di New York

L'America è la terra delle possibilità, come insegnano le biografie i suoi candidati alla poltrona di primo cittadino. E l'Italia?

 

Il sindaco, negli Stati Uniti, è davvero il primo cittadino, l’uomo che per la forza, il carattere, le cose fatte, emerge su tutti. È una personalità nel senso che “ha” personalità. Altro che da noi.

Bill De Blasio, ma prima di lui Michael Bloomberg. Mettiamo a confronto Bloomberg e Giuliano Pisapia. E poi, a ritroso, Rudolph “Rudy” Giuliani e Gabriele Albertini. E andando ancora indietro, Ed Koch e Paolo Pillitteri, Giampiero Borghini, Marco Formentini. Ecco: di che parliamo? Sindaci a confronto. New York contro Milano. Improponibile. Demoralizzante. (Per non parlare di Roma…).

Bill De Blasio, 52 anni, cresce a Brooklyn, figlio di un eroe di guerra, un “croce viola” a cui la Seconda Guerra Mondiale ha portato via una gamba e che poi è morto alcolizzato e suicida. La madre Maria Angela figlia di emigrati di Sant’Agata dei Goti, Benevento. Bill sceglie il cognome della madre, va volontario in Nicaragua, appoggia i sandinisti, torna e sposa una poetessa afroamericana negli anni ’70 dichiaratamente lesbica. Chiama i figli Chiara e Dante per amore verso l’Italia. Difensore civico collettivo di New York. In Italia sarebbe emerso? Dubitiamo. A Milano, abbiamo come sindaco Giuliano Pisapia, avvocato garantista, ex parlamentare. Pisapia-De Blasio. C’è gara?

E prima?

A New York il sindaco uscente Michael Bloomberg, nato a Boston da immigrati ebrei russi, ingegnere elettronico alla Johns Hopkins University di Baltimora, Master in Business Administration a Harvard, ha creato un impero mediatico che lo ha proiettato al decimo posto tra gli americani più ricchi, diciassettesimo nel mondo. Non abita a Gracie Mansion, residenza del primo cittadino di New York, ma a casa sua nell’Upper East Side e va ogni giorno in Municipio con la Metropolitana. Repubblicano liberal, è favorevole a aborto e matrimoni gay, dal 2007 “indipendente”, nel 2012 ha appoggiato la rielezione di Obama. Ok, prima di Pisapia noi abbiamo a Milano Letizia Moratti, della famiglia Moratti. Altra saga. (Per non parlare di Roma: Ignazio Marino).

Prima di Bloomberg, New York si è affidata a Rudy Giuliani da Brooklyn, figlio di un gestore di case da gioco clandestine a sua volta figlio di italiani di Marliana, Pistoia, e di Helen D’Avanzo, di origini tricolori. È dura per Rudy, ma si laurea due volte e a 27 anni è procuratore distrettuale di Manhattan. Il resto è noto. Diventa il magistrato anti-mafia della Grande Mela e poi sindaco-sceriffo (“Tolleranza zero”). Sconfigge un tumore, è “L’uomo dell’anno” di Time nel 2011 per la forza e il coraggio dimostrati dopo l’Undici Settembre. Ecco, prima della Moratti noi abbiamo Gabriele Albertini e, prima ancora, Marco Formentini, Giampiero Borghini e Paolo Pillitteri. Ok. (Per non parlare di Roma: Giuliani contro Alemanno).

Ma New York ha avuto fra gli altri Ed Koch, esponente della comunità ebraica, sindaco per dodici anni dal 1977 (dopo aver battuto Andrea Cuomo). La città è in declino. Koch la fa rinascere. Dopo, si schiera indifferentemente per repubblicani come Giuliani e Bloomberg, e per democratici come Hillary Clinton e Barack Obama. Le affiliazioni di partito, per la guida della città più importante del mondo, non contano. Prima di lui, David Dinkins, che non lascerà grandi segni e tuttavia è il primo sindaco afro-americano di New York. Ha tentato di entrare nei Marines, l’hanno respinto per il numero chiuso razziale, allora si è unito all’esercito e ha combattuto nella Seconda Guerra Mondiale. Poi laurea in matematica col massimo dei voti e seconda laurea in legge. Capopopolo di Harlem. Bene. Il sindaco più popolare è il mitico Fiorello La Guardia, sì, quello dell’aeroporto Fiorello Laguardia, figlio di un immigrato italiano di Cerignola, Foggia, e di un’ebrea italiana di Trieste. Quando i nazisti lo bollano come “il sindaco ebreo di New York”, lui dice solo: “Non avevo mai creduto di avere abbastanza sangue ebraico nelle vene da giustificare il fatto di potermene vantare”. A Milano, negli stessi anni, c’è il podestà. Chi si ricorda il nome è bravo. (E a Roma: Bruno Bottai).

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