Napolitano rieletto: i retroscena
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Napolitano rieletto: i retroscena

Il primo a chiedergli di ricandidarsi? Silvio Berlusconi. Resta però lo scoglio del Governo - lo speciale sul Quirinale -

Gli scatoloni, con dentro anche gli amati romanzi di Irene Némirovsky, di Raffaele La Capria e Erri De Luca, li aveva già pronti, il suo consigliere per la comunicazione Pasquale Cascella si era già candidato a sindaco di Barletta, città natale, e chi lo conosce bene, ormai esausto rispondeva: “No, guardate, questa cosa non esiste, lui non accetterà”.

Giorgio Napolitano in persona, del resto, lo aveva detto chiaramente che non avrebbe accettato un secondo mandato. Così era veramente. Ma fino alla notte (tra venerdì 19 e sabato 20 aprile). La notte dell’addio di Pier Luigi Bersani alla segreteria del Pd, la notte in cui i vertici  degli ex Pci-Pds-Ds-Margherita sono stati decapitati dal tonfo nell’aula di Montecitorio della candidatura di Romano Prodi.

Dopo che i franchi tiratori sempre del Pd, avevano già cecchinato quella, pur condivisa con il Pdl di Franco Marini. “Una strage di Capaci del centrosinistra “, si sbilancia in un paragone terribile un parlamentare pd. Sull’onda delle schegge del partito “che arrivavano fino a Singapore, per dire”, dicono alcuni deputati, sull’onda della preoccupazione del Pdl, pur sollevato dallo scampato pericolo dell’elezione di Prodi, che ha sempre ritenuto Silvio Berlusconi una sorta di virus della politica, ha preso quota la conferma per un secondo mandato di Giorgio Napolitano.

Il primo che gli avrebbe chiesto di restare nelle settimane scorse, quando la crisi politica si stava avvitando, dicono sia stato Berlusconi. Il fondatore del Pdl ed ex premier non a caso ha detto subito: “Napolitano è un riferimento per tutti, il Pdl è stato responsabile, la sinistra no”.

Sembra che solo dopo il disastro su Prodi, Pier Luigi Bersani, prima di dimettersi, la sera di venerdì 19, abbia pregato con una telefonata il capo dello Stato a restare. Sale al Colle la mattina di sabato 20 quel segretario dimissionario Pd che per inseguire i Cinquestelle non ha mai dato retta al consiglio del capo dello Stato di andare alle larghe intese con il Pdl, almeno per un governo di scopo che faccia le riforme portanti.

Gossip del Transatlantico narrano di un colloquio a tratti teso. Al Colle nella notte narrano che abbia telefonato anche il presidente della Bce Mario Draghi per pregare Napolitano di restare. E al Colle telefona anche il segretario-governatore leghista della Lombardia Roberto Maroni sempre con lo stesso intento di far restare Napolitano. Anche Walter Veltroni avrebbe preso il telefono. Silvio Berlusconi entra al Quirinale dopo Bersani. E la sua richiesta di un secondo mandato è di quelle che non possono lasciare indifferenti. Arriva poi Mario Monti, che però aveva prima fatto, dicono i maligni, un po’ incautamente una conferenza stampa per lanciare di fatto la candidatura di Annamaria Cancellieri.

Qurinalisti di lungo corso fanno notare che non a caso subito dopo l’incontro con Napolitano, Monti sente il bisogno di fare un comunicato per “rettificare” e dire che il suo candidato è naturalmente Napolitano.

Che fosse rimasta ormai lui l’unica soluzione, tra i primi a dirlo, di fronte al teatro Capranica, nella notte tra venerdì 19 e sabato 20, era stato Giacomo Portas, leader dei Moderati, alleati del Pd. Berlusconi dice: non ho vinto io. Ma di fatto è stata la sua strategia, rimasta sempre coerente con la richiesta delle larghe intese, a dimostrarsi vincente. Che Napolitano avrebbe preferito quella strada lo disse di fatto nel discorso con il quale investì Pier Luigi Bersani del preincarico di formare il governo.

Ma ora le larghe intese come decolleranno? Un governissimo? Napolitano ai presidenti delle Regioni, tra i quali spiccava  il tris del Nord Maroni, Luca Zaia e Roberto Cota (il modo della Lega per essere presente al Colle e far sentire il suo peso nella richiesta a Napolitano di restare) avrebbe detto che è ora di smettere di bollare come l’inciucio qualsiasi possibilità di dialogo e accordo. Governissimo o non goverissimo, le larghe intese però una forma per decollare ora la troveranno.

Bersani, aprendo sabato mattina la riunione lampo dei parlamentari avrebbe detto: “Chiudete ‘sti telefonini e ‘sto facebook...Il nome è Napolitano. Il resto non c’è”. Alludeva a un governissimo sul quale lui è chiaro la firma non la metterà mai. E non potrà farlo perché lui e tutta la segreteria ormai sono dimissionari.

La sciagurata rincorsa dei Cinquestelle ha portato alla debacle del partito e del centrosinistra. Stefano Fassina esponente di rango dei giovani turchi dice: “Ora abbiamo il presidente. E ora inziamo a ricostruire il partito. Il governo? Ora non se ne parla”. Evidente che il governissimo lui non lo vuole. Ancora adesso. E Andrea Orlando, della stessa area di Fassina: “In aula molti di noi hanno applaudito sia Napolitano che Stefano Rodotà”.

Insomma, il rischio è che una fetta importante del Pd abbia vissuto Napolitano come una soluzione inevitabile  e non come una scelta convinta. Ma Bruno Tabacci, ex Udc, ora leader del Centro democratico alleato del Pd non ha dubbi: “Il presidente del Consiglio sarà Giuliano Amato”.

Narrano che Napolitano sia stato molto ferito dal modo come Bersani abbia gestito la candidatura dell’ex sottosegretario di Bettino Craxi ed ex premier. Se Amato sarà, si ipotizzano come vicepremier Enrico Letta e Angelino Alfano. Se Amato non sarà, si ipotizza Enrico Letta premier con nel governo (ma anche anche nel caso premier diventasse Amato) ministri scelti tra i “saggi del Quirinale” come Gaetano Quagliariello (Pdl), Luciano Violante (Pd) e magari Salvatore Rossi, ritenuto di simpatie prodiane, ma certamente anche personaggi della montiana Scelta civica come Mario Mauro. “Enrico Letta è stato un giovane e brillante ministro dell’industria”, riconosce il deputato Pdl Giorgio Lainati.

Ma certamente su Amato pesa il “no” della Lega che Roberto Maroni conferma a Panorama.it. Vedremo. Napolitano nel suo primo discorso del secondo mandato (giurerà lunedì alle 17) richiama tutti a fare il proprio dovere. E “Lord Carrington” evidentemente allude anche ai tanti grillini che protestano fuori Montecitorio contro la sua ellezione gridando: “Rodotà, Rodotà, Rodotà”, con la minaccia addirittura di entrare nel Palazzo circondato dalle forze dell’ordine. Ma la distanza tra Napolitano e Rodotà è abissale (Napolitano 738 voti, Rodotà 217).

Uno come lui abituato in gioventù alle tumultuose assemblee dei metalmeccanici Fiom, non si può spaventare di certo. Anche allora, il presidente veniva accusato dalla sinistra di essere di destra. Per questo il neosenatore pd Corradino Mineo ieri è stato l’unico del gruppo a bocciare la candidatura. E il solitamente misurato ministro del governo Monti Fabrizio Barca a votazione in corso ha fatto sapere che lui a Napolitano avrebbe preferito Rodotà. Beccandosi anche il no del “grillino” del Pd Giuseppe Civati che ha votato scheda bianca.

Ma nel pd decapitato è già scattata la corsa per la poltrona che fu di Bersani. Barca vuol portare il partito a sinistra. E sicuramente non è un estimatore di Napolitano come il suo gesto dimostra. Ma se essere accusati, dalla sinistra estrema (più o meno camuffata da buone maniere e da studi nei college americani) di essere di destra significa essere di buon senso, ben venga il Napolitano bis per l’Italia. Anche Umberto Bossi, che con Napolitano ha un antico rapporto di simpatia plaude: “E’ una figura di garanzia”. E se lo dice anche il Senatùr che con il Tricolore qualche problema lo ha...

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