Napolitano mette in guardia Renzi
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Napolitano mette in guardia Renzi
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Napolitano mette in guardia Renzi

Il Quirinale (come racconta il "Corriere") vorrebbe imporre alcuni ministri al presidente incaricato - Aggiornamenti  - Renzi-Napolitano: è guerra  - Toto ministri

Sarebbe opportuno, utile e anche urgente che il Quirinale smentisse quanto scritto sul “Corriere della Sera” domenica 18 febbraio dal quirinalista Marzio Breda (leggi qui ). 

Voi pensavate che Giorgio Napolitano deponesse lo scettro? Che facesse un passo indietro? Il Presidente della Repubblica sta per incaricare un presidente del Consiglio non scelto da lui ma dal partito di maggioranza relativa e da milioni di elettori nelle primarie del Pd. Sappiamo tutti che sarà Matteo Renzi, che avrà rispetto a Napolitano un’autonomia politica ben diversa da quella che (non) hanno avuto Mario Monti e Enrico Letta.  

Pensavate che Napolitano non potesse più comandare a bacchetta, avere la prima e ultima parola come col professor Monti e con Letta? Pensavate che deponesse l’armatura regale davanti al “demolition man” Renzi? Be’, vi sbagliate (ci sbagliavamo). Perché a ben leggere le parole dell’interprete ufficioso del Quirinale, Napolitano mette le mani avanti e al momento di scegliere i ministri più importanti (Economia, Esteri, Difesa) rivendicherà la decisione finale.  

Davvero un avvertimento a mezzo a stampa, quello di Breda. Che va ben oltre la citazione dei sacri testi: “Il secondo comma dell’articolo 92 della Costituzione stabilisce che il capo dello Stato ‘nomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri’. Fin qui, si tratta ancora (in apparenza) di una lezione di educazione civica, seppure rivolta a chi fa politica da anni. Ma subito dopo c’è qualcosa di più, un’interpretazione che travalica il testo: “Vale a dire che egli esercita quantomeno un potere di sorveglianza, che a volte è diventato di interdizione (vedi il caso Previti, nella stagione di Oscar Luigi Scalfaro), su questo aspetto della nascita di un governo. Ora, si sa che i dicasteri di cui si preoccupa maggiormente e sui quali non farà mancare a Renzi il proprio parere, ci sono quelli – assai delicati – della Giustizia, degli Esteri e, soprattutto, dell’Economia”. Non solo la “nomina su proposta” diventa un potere “quantomeno di vigilanza”, ma Napolitano, su quei tre ministri, “non farà mancare a Renzi il proprio parere”. E quindi il potere di vigilanza diventa anche potere consultivo e, in virtù del potere di nomina finale, di “veto”. Qui c’è, teorizzato, un limite pesante all’autonomia di scelta del presidente del Consiglio riguardo alla sua squadra. Anche perché Breda non si ferma qui.   

Se Breda è l’interprete ufficioso di Napolitano e le sue parole rispecchiano fedelmente gli orientamenti del capo dello Stato, è incredibile che tramite il “Corriere della Sera” il presidente della Repubblica faccia sapere al futuro presidente del Consiglio (non ancora formalmente individuato e incaricato) quali dovranno essere i requisiti del ministro dell’Economia.

E infatti: “Chi ricoprirà tale incarico dovrà essere riconosciuto competente, autorevole e credibile, a Bruxelles e presso la Bce guidata da Mario Draghi”. Quindi, stando al capo dello Stato (a meno che Breda non venga smentito) il ministro dell’Economia dovrà essere “gradito” a Bruxelles. Cioè proprio a quel gotha europeo e a quella euro-burocrazia indicati da tanti, in parte dallo stesso presidente della Repubblica stando al suo ultimo discorso all’Europarlamento, come una causa o il catalizzatore del declino dell’Italia e della perdurante crisi economica.

Il ministro dell’Economia deve invece poter svolgere in perfetta autonomia la sua funzione, solo sulla base del rapporto di fiducia col capo del governo e col Parlamento, e non dev’essere necessariamente “gradito” (anzi) a Ue, Germania, Francia, Bce: Angela Merkel, Hollande, Draghi. Il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia devono poter rappresentare l’Italia e difendere l’interesse nazionale a Bruxelles. Punto. E dovranno essere loro a esprimere a nome dell’Italia il “gradimento” alle future politiche economiche (nonché alle nomine di governatori della Bce). Alla pari con gli altri capo di governo. Senza alcun condizionamento esterno.  

Allora la domanda è: c’è forse un’ipoteca del presidente Napolitano (o, peggio, di altri capi di Stato e di governo) sulla scelta dei nomi nei posti chiave del futuro esecutivo dell’Italia? 

Ecco, sarebbe davvero opportuno che il Quirinale smentisse Breda.    

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