Napolitano davanti ai giudici: cosa è successo
Daniele Scudieri / Imagoeconomica
Napolitano davanti ai giudici: cosa è successo
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Napolitano davanti ai giudici: cosa è successo

Mai pronunciata la parola "trattativa" Stato-Mafia. Risposte del Presidente della Repubblica a tutte le domande. Ora si attende la trascrizione

La parola "trattativa" non è stata
 mai pronunciata. Nè dai pm, saliti al Colle per sentire
 Napolitano, nè dai legali. La Procura, però, c'è girata attorno.
 Ha tirato fuori gli "indicibili accordi" citati nella drammatica 
lettera con cui l'ex consigliere giuridico del capo dello Stato,
 a giugno del 2012, rassegnò le dimissioni dopo la campagna di
 stampa seguita alla diffusione delle sue intercettazioni con 
l'ex ministro Nicola Mancino. "Sa a cosa si riferiva D'Ambrosio, 
le parlà mai dell'argomento?", gli ha chiesto il procuratore 
aggiunto Vittorio Teresi che, nella criptica espressione 
"indicibili accordi", vede una possibile allusione alla
trattativa. Il presidente della Repubblica è stato secco. "Non 
me ne parlò. Non discutevamo del passato. Guardavamo al futuro".


Chi ha assistito alla deposizione del presidente al processo 
sul patto tra pezzi dello Stato e boss parla di un Napolitano
 disteso, collaborativo, pronto a rispondere a tutte le domande 
senza avvalersi delle prerogative costituzionali di cui gode e
spesso ricordategli dalla corte. Una disponibilità piena andata 
oltre i paletti messi dal collegio: più volte Napolitano ha 
voluto rispondere nonostante i giudici avessero ritenuto 
inammissibili i quesiti posti.

La forza (e la solitudine) di Napolitano

Entrato per ultimo nella sala del Bronzino, è stato accolto 
dal saluto della corte e delle parti che si sono alzati in piedi
 al suo ingresso. Poi ha preso posto davanti a uno scrittoio al 
lato del collegio. A prendere la parola per primo è stato il 
procuratore di Palermo Leonardo Agueci. Una presenza quella del
 capo dei pm decisa dopo scontri interni violenti: alcuni dei
 magistrati del pool trattativa hanno fino all'ultimo ripetuto di 
non volerlo al Colle per non dare l'impressione di essere 
commissariati. "Sono qui per rispetto al presidente, all'atto
 che sta per compiere e alla verità che stiamo cercando", ha 
detto Agueci che, al termine dell'udienza, si è detto 
soddisfatto della collaborazione ricevuta e certo dell'utilità 
della deposizione.
  

Le prime domande le ha fatte il procuratore aggiunto Vittorio
Teresi. "Chi era D'Ambrosio, quali erano i vostri rapporti,
 quali incarichi ricoprì?".

Il capo dello Stato ha ricordato 
l'inizio della conoscenza con l'ex consigliere e l'avvio della
c ollaborazione descrivendolo come un "fedele servitore dello
 Stato", amareggiato e scosso dalle polemiche nate dalle notizie
 sulle sue telefonate con l'ex ministro Mancino. La voce non si è mai incrinata. "Ci davamo del lei, il nostro era un rapporto di 
lavoro", ha detto.


Poi di nuovo la smentita di avere appreso dal consigliere 
riferimenti ad accordi più o meno oscuri. "Se le sue fossero 
state più che ipotesi - avrebbe risposto Napolitano - sarebbe
 andato a riferirne alla magistratura". Ma i pm sono andati oltre, toccando il 1993, un anno 
fondamentale per l'impianto accusatorio. L'anno in cui, per la 
procura, le bombe portarono lo Stato alla capitolazione
 culminata nelle revoche di oltre 300 provvedimenti di 41 bis per 
i capimafia. Napolitano avrebbe ricostruito tutto il periodo 
partendo dalle stragi di Capaci e via D'Amelio, ricordando che 
mai le forze politiche si divisero sulla esigenza di dare un
 segnale al "nemico mafioso" anche attraverso la normativa sul
 carcere duro che era in via di conversione.

A prendere la parola per i pm nella seconda parte della 
deposizione è stato Nino Di Matteo che ha chiesto a Napolitano 
se seppe mai della richiesta di Vito Ciancimino, ex sindaco 
mafioso di Palermo, per i magistrati tra i protagonisti della 
trattativa, di essere sentito dall'Antimafia. "Me lo disse
 Violante - avrebbe risposto il capo dello Stato - ma non mi 
spiegò perchè poi non lo convocarono". Delle stragi del '93 il
 presidente ha avuto un ricordo chiaro. Rammentando le 
fibrillazioni istituzionali di quel periodo, il rischio golpe di 
cui gli parlò Ciampi, e - passaggio che i pm ritengono 
importante - la sensazione che si ebbe: cioè che l'ala
 oltranzista di Cosa nostra stesse perseguendo una strategia 
volta a dare un aut aut allo Stato. Aspetto sottolineato da Di
 Matteo a Servizio Pubblico. "In una domanda noi abbiamo
 utilizzato proprio il termine "ricatto di Cosa Nostra" nei
 confronti delle istituzioni - ha spiegato - e il teste ha 
confermato che quella era l'immediata percezione".


L'allarme del Sismi su un rischio di attentati a lui e
 Spadolini - argomento recentemente entrato nel processo - a
 Napolitano venne comunicato. "Parisi me lo disse - avrebbe
 risposto - invitandomi alla cautela": ma il capo dello Stato,
che aveva l'esperienza degli anni del terrorismo, avrebbe
accolto la notizia con imperturbabilita' rifiutando anche il
potenziamento della scorta.

Dopo i pm è toccato al difensore di parte civile del Comune
 di Palermo e ai legali di Nicola Mancino e, in ultimo, del boss 
Totò Riina, ammesso dai giudici a interrogare il presidente come
 suo teste. "Ha potuto consultare carte - ha commentato il 
penalista - a un teste qualunque non è consentito".
 La lunga deposizione è tutta nel dvd realizzato dai tecnici
 del Colle che hanno curato la registrazione. Da domani verrà 
trascritta e, nei prossimi giorni, messa a disposizione di pm e
 difensori.

Chi c'era

ANSA /Ettore Ferrari
Il legale di Toto' Riina, Luca Cianferoni. Roma, 28 ottpbre 2014
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