Monti e le telefonate (confuse) con l'India
Monti e le telefonate (confuse) con l'India
News

Monti e le telefonate (confuse) con l'India

I giornali indiani danno della conversazione tra Monti ed il primo ministro Singh, una visione diversa da quella che racconta la nostra diplomazia. Dove sta la verità?

Quante telefonate ci sono state ieri tra il presidente del Consiglio, Mario Monti, e il primo ministro indiano, Manmohan Singh? C’è da chiedersi, leggendo i discrepanti resoconti sulla stampa italiana e su quella indiana, se Monti abbia parlato con il sosia di Singh (o viceversa), se non si siano capiti, o semplicemente se abbiano voluto far trapelare due interpretazioni divergenti della stessa conversazione.

La discrepanza di report riguarda il punto fondamentale della pena di morte. I fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone rischiano o no di essere impiccati? Secondo il comunicato diffuso ieri sera da Palazzo Chigi, assolutamente no. Secondo le fonti ufficiali citate dai quotidiani indiani, la probabilità (sia pure molto limitata) della condanna capitale non è stata esclusa da Singh.

La nota ufficiale di Palazzo Chigi sostiene che il primo ministro di Delhi “ha ribadito quanto già chiarito da parte indiana, ovvero che il caso non rientra fra quelli che possono comportare la pena di morte”. Al contrario, nulla di ufficiale compare sul sito del governo indiano, ma secondo fonti ufficiali quotate fra gli altri da “The Hindu”, il primo ministro avrebbe detto a Monti che “alla luce delle indagini in corso, sarebbe prematuro approfondire aspetti specifici”. E per essere ancora più chiari, le stesse “fonti” hanno spiegato che queste parole si riferivano proprio “ai timori italiani che l’accusa chieda per i marò la condanna a morte”.

Insomma, mentre per Palazzo Chigi la garanzia è totale, per il governo indiano Singh non è sceso in particolari.

È pur vero che altri esponenti di governo hanno sottolineato negli ultimi giorni le rassicurazioni date dall’India prima del rientro dei marò a Delhi. Il sottosegretario agli Interni, R. K. Singh, per esempio, ha evocato il fatto che la National Investigation Agency (NIA) può indagare anche su crimini contro la sicurezza marittima che in effetti prevedono la pena capitale. Ma ha aggiunto che nel caso dei marò si applicherebbe l’articolo 34C della Legge sulle Estradizioni dal titolo “Disposizione di ergastolo invece di pena di morte”. Testualmente: “In deroga a quanto possa essere contenuto in qualsiasi altra legge in vigore, laddove un imputato straniero, che ha commesso un reato estradabile punibile con la pena di morte in India, viene consegnato o restituito da uno Stato straniero su richiesta del governo centrale e se le leggi dello Stato straniero non prevedono la pena di morte per quel reato, l’imputato straniero sarà soggetto solamente all’ergastolo”. Il che sarebbe incoraggiante. Meglio il carcere a vita, che finire su quella che i giornali indiani senza mezzi termini definiscono “la forca”.

Quel che è certo, è che Singh ha apprezzato (ci mancherebbe) la decisione italiana di far rientrare i marò per poterli processare (in India), garantendo a questo punto una certa rapidità di giudizio. Il 16 aprile il governo dovrà formalizzare gli aspetti processuali nell’udienza prevista davanti alla Corte Suprema.

Il punto è che anche gli indiani sono divisi. In Parlamento e nel paese, l’opposizione e l’opinione pubblica sono in maggioranza per la linea dura. Nel governo, invece, il ministro degli Esteri è la “colomba” della situazione, rispetto alle posizioni più rigide di Interni e Giustizia. Singh, come abbiamo visto, non prende posizione. E la magistratura rivendica la propria autonomia (ma sembra che vi sia un’amicizia di lunga data che risale agli anni della scuola tra il ministro degli Esteri, Salman Khurshid, e il presidente della Corte Suprema, Altamas Kabir). Insomma, c’è una grande confusione sotto il cielo indiano. E i marò ne sono in balìa.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti