L'arroganza felpata di Terzi di Sant'Agata
L'arroganza felpata di Terzi di Sant'Agata
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L'arroganza felpata di Terzi di Sant'Agata

Ha esposto il Paese a una figuraccia. Ha riversato sul governo tutte le colpe. Terzi ha dato plastica dimostrazione di che cosa non dovrebbe mai fare un diplomatico di carriera. Tutti gli articoli sui marò - L'ironia su twitter

Giulio Terzi se ne va sbattendo la porta. Poco diplomaticamente. Anzi, per nulla diplomaticamente. Ci mancava che sbattesse sul banco la relazione prima di rimettersi a sedere con lo sguardo torvo. Se ne va con un atto di accusa contro il premier Monti, in un intervento infarcito di espressioni bizzose, specchio del peggio che si può riscontrare tra i diplomatici come in altre categorie di alti e altissimi funzionari, uomini che per dirla proprio con Terzi sono da 40 anni “al servizio delle istituzioni” e hanno sempre potuto sbagliare nell’ombra e senza pagarne le conseguenze. Ecco allora l’arroganza felpata, l’incompetenza suscettibile, un ego esagerato. Quella che doveva essere solo un’informativa si è trasformata in diretta televisiva e nell’agone istituzionale della Camera (che si apprestava a saltargli al collo per il disastro politico e diplomatico nella gestione del caso dei marò Latorre e Girone) in un cupio dissolvi che di istituzionale e patriottico non ha avuto proprio nulla.

Avrebbe potuto, Terzi, dimettersi in silenzio. Avrebbe potuto limitarsi al terzo punto fra i tre che ha elencato come i motivi delle sue dimissioni. Primo: la contrarietà al rientro dei Marò in India. Secondo: la solidarietà con i marò e le loro famiglie. Terzo: la salvaguardia dell’onorabilità del Paese, delle sue forze armate e della diplomazia italiana. Il secondo punto, la solidarietà con i marò, è solo una conseguenza un po’ demagogica del primo. Ma l’attacco a Monti proprio quando i marò da Delhi si appellano all’unità è il modo peggiore di corrispondere a quell’appello. È un modo per non ammettere i propri tragici errori “tecnici da tecnico”. L’Italia ha dovuto tener botta con l’India per un anno e un mese senza riuscire a far procedere di un centimetro la soluzione della crisi. E questo è un deficit di sistema paese e diplomazia.

L’Italia ha violato la parola data macchiandosi della rottura di un patto che per ogni paese rispettabile è sacro: l’affidavit del suo ambasciatore (che per scritto si era impegnato al rientro dei marò il 22 marzo). E in questo modo ha esposto lo stesso ambasciatore alla perdita dell’immunità diplomatica sulla base giuridica (secondo la Corte Suprema dell’India) che per la stessa Convenzione di Vienna un diplomatico che si sottoponga (in questo caso con l’affidavit) alla giurisdizione di una Corte, perde l’immunità. Infine, davanti alla prospettiva concreta di Mancini in ostaggio e della perdita di affari per miliardi di dollari, di un contenzioso durissimo non con un paesello sub-africano (tanto per esser chiari) ma con un “continente” di un miliardo di consumatori, con oltre un miliardo di euro di interscambio, membro del G20 e potenza nucleare, infine coi sensi di colpa di un patto internazionale violato (e l’onore del paese perduto) che i nostri partner e avversari ci avrebbero rinfacciato per i prossimi decenni, Monti ha finalmente deciso (sensibile pure all’irritazione del capo dello Stato per la parola mancata e le conseguenze) di ripensarci e rimandare indietro i poveri marò. Scelta, questa, forse davvero inevitabile visto che grazie a Terzi ci eravamo ritrovati angosciosamente in un angolo. Senza possibilità di fuga.

Ecco, di fronte a tutto questo, e di fronte ancora una volta all’omertà nella ricostruzione degli errori del primo momento, quando è drammaticamente venuta meno la catena di comando che avrebbe potuto impedire l’arresto dei marò tenendo la nave in acque internazionali e invece si è lasciato che decidesse l’armatore della nave stessa, Terzi non ha trovato di meglio che rovesciare tutto il fango sull’intero governo e sul presidente del Consiglio. Sul Paese, in definitiva. E lo ha fatto, ecco il terzo motivo ufficiale delle sue dimissioni, per salvaguardare l’onorabilità della diplomazia. Quella diplomazia che in larga maggioranza (non è un mistero per nessuno) non ha mai sopportato il collega Terzi, e in queste ore si sente umiliata dal suo comportamento.

Su una cosa Terzi purtroppo ha ragione: il presidente del Consiglio non poteva non sapere, anzi ha condiviso le scelte. Premier non si nasce, e a volte neppure ci si diventa.

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