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Marò in India: la vergogna dell'Italia

Il "no" alle ultime richieste dei due militari evidenzia l'incapacità di far valere le ragioni di uno Stato sovrano che difende i propri uomini

Ohibò! Capperi! Accipicchia! Perdindirindina! Il massimo che l’Italia sa dire dopo l’ennesima e forse più clamorosa umiliazione inflittaci dall’India nella vicenda interminabile dei marò è la nota ufficiale del Quirinale con la quale il Presidente Napolitano fa sapere di essere “fortemente contrariato”. Suvvia! “Fortemente contrariato”!? Cioè? Tremeranno i polsi a qualche alto papavero indiano per la “forte contrarietà” dell’Italia al rifiuto delle richieste di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone! Il più alto organo della magistratura indiana ha negato a Girone il permesso di rientrare in Italia per le feste di Natale, e a Latorre la proroga del rientro in India dalla Puglia dove si è curato per l’ictus che lo ha colpito a New Delhi. Eppure sono quasi tre anni che i nostri due fucilieri di Marina sono in attesa non del processo, ma addirittura della formalizzazione di un’accusa.

Certo, tutti sanno di cosa sono accusati: di aver ucciso, mentre si trovavano in servizio anti-pirateria sul mercantile italiano “Enrica Lexie” al largo del Kerala, due pescatori indiani scambiati per pirati su un peschereccio che si stava avvicinando in modo strano e rapido. Ma l’India non ha ancora sciolto il dubbio su chi abbia la titolarità dell’indagine, l’anti-terrorismo o la polizia investigativa, e quindi sulla natura stessa dell’accusa. Intanto, due militari che operavano in nome e per conto dell’Italia sono in balia delle autorità indiane. Neanche dovevano essere arrestati. Godevano di un’immunità funzionale. Quanto meno, dovevano esser processati in Italia.

Tre diversi esecutivi italiani, guidati da tre presidenti del Consiglio (Mario Monti, Enrico Letta e ora Matteo Renzi) hanno dimostrato di essere totalmente senza nerbo, incapaci di risolvere il braccio di ferro con l’India e di far valere le ragioni di uno Stato sovrano che difende i propri uomini. Si è parlato di internazionalizzazione del caso (ma chi ha mostrato davvero di avere a cuore la causa dei marò italiani?). La realtà è che gli altri Paesi, e i nostri stessi partner europei, non hanno voluto capire che l’arresto dei marò potenzialmente pregiudica il destino di tanti altri militari di altre nazionalità operanti in terra straniera (è perfino opinabile che l’India fosse territorialmente competente: il fatto è avvenuto in acque “contigue”, nella zona cuscinetto tra acque territoriali e internazionali).

Da noi, anche oggi, solo reazioni in punta di penna dettate alle agenzie di stampa. Solo formule tornite con la penna stilografica da artigiani della diplomazia, che saltano sulla sedia solo perché osano scrivere “fortemente contrariato” oppure “si sta studiando una risposta”.

Oggi è andato a monte il film, tutto il castello di carte e di illusioni che il governo Renzi si era fatto attorno a una possibile rapida conclusione della Marò Story. È evidente che non ha alcuna importanza (a differenza di quanto sotto sotto si sperava) il fatto che il nuovo Procuratore capo della Suprema Corte sia l’ex difensore dei marò lautamente pagato dalla nostra Ambasciata. In più, l’incontro tra Renzi e il premier indiano Narendra Modi a margine dell’ultima riunione del G20 non è servito a nulla. E di fronte allo sbeffeggiamento del magistrato indiano che pacificamente sbotta “anche le vittime hanno i loro diritti” (a quasi tre anni dal fatto i diritti dei nostri marò sono stati tutti calpestati), noi rispondiamo che siamo “fortemente contrariati”. Perbacco! E continuiamo, da servi di noi stessi e delle nostre timidezze, a partecipare alle missioni internazionali coi nostri militari che giustamente si sentono abbandonati. Questo non è uno Stato che si rispetti. E noi ne siamo fortemente contrariati. Vergogna.

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