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Mafia capitale, la risposta sbagliata di Renzi

Nei comuni vale la regola dell'8: sono le firme che servono per rendere operativa una delibera. In questi interstizi burocratici si annida la corruzione.

Un fermo immagine tratto da un video postato da Matteo Renzi su Youtube e sul suo profilo Twitter per annunciare le misure anticorruzione all'esame del Consiglio dei Ministri l'11 dicembre.

La tentazione è irresistibile, e, infatti, Matteo Renzi non ha resistito. Per combattere la commistione tra (quella che i magistrati ritengono che sia) la mafia e la politica nella capitale ha deciso di proporre, ovvero annunciare, un inasprimento delle pene con conseguente allungamento della prescrizione. E’ la risposta sbagliata. Non è “ingiusta”, ma è “sbagliata”. Ed è “sbagliata” perché non produrrà alcun effetto: il malaffare, la corruzione, le tangenti, i legami tra la politica e il sottobosco cooperativo rosso a Roma non si spezzerà perché invece di 6 anni il corruttore e il corrotto rischiano 8 o 10 anni di carcere. Così come l'evasione fiscale non è stata combattuta grazie all'inasprimento delle pene per gli evasori. 

Dopo lo scoppio dello scandalo Mafia Capitale, i migliori commentatori, perfino alcuni non provenienti dalle fila dei liberali italiani, sono stati concordi nel dire che la corruzione si insinua negli interstizi della burocrazia pubblica. Se per fare approvare una delibera comunale qualsiasi occorrono 8 firme da parte di dirigenti, assessori, delegati, impiegati, è chiaro che qualsiasi imprenditore è tentato dal corrompere, perfino (scandalo!) se è onesto. Perché ognuno degli 8 firmatari della delibera possiede un potere immenso nella propria penna, il potere di veto. Cioè il potere di far marciare o di bloccare quella delibera. Quindi il suo potere di ricatto è enorme e, grazie ad esso, riesce a condizionare non solo la politica (il sindaco non può imporre ad un burocrate di firmare pena l’accusa di cesarismo) ma anche l’economia.

E’ in quegli interstizi burocratici che non solo Buzzi & Co. ha sguazzato, ma sguazzano tutte le imprese che hanno a che fare con il pubblico. Ora: consideriamo che in Italia esistono più di 30mila stazioni appaltanti (che dovrebbero essere ridotte dall’inizio del 2015), e consideriamo che, per essere ottimisti, ognuna di esse abbisogna, per l’avvio e la conclusione di una gara, di 8 firme, si può capire in modo solare quanto la burocrazia condizioni la vita dei cittadini e delle imprese.

Eppure, la semplice presa d’atto che il male dell’Italia sta qui, sembra non riesca a fare breccia in un premier il cui pensiero costante sembra essere solo quello di solleticare la pancia dei (giustamente) indignati cittadini italiani. E’ più facile reagire allo sdegno imponendo nuove pene che avviare una sburocratizzazione vera della vita amministrativa del Paese assegnando il potere di veto a 2 persone, a due sole penne. Sarebbe estremamente più facile controllare da parte dei cittadini chi ha fatto che cosa e perché. Le due persone sarebbero responsabilizzate, la macchina girerebbe più velocemente e gli imprenditori che vogliono restare onesti avrebbero più chiaro chi decide che cosa e sarebbe molto più facile individuare quelli disonesti. Anche i disonesti che si nascondono dietro le scrivanie delle amministrazioni pubbliche. Ma non c’è niente da fare: questo governo continua a dare risposte vecchie a problemi vecchi. Per questo Renzi non è un riformatore, ma, al massimo, un manutentore. E nemmeno dei migliori.

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