L’Isis a Ramadi: cronaca di una guerra che l’Iraq ha già perso
HAIDAR HAMDANI/AFP/Getty Images
L’Isis a Ramadi: cronaca di una guerra che l’Iraq ha già perso
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L’Isis a Ramadi: cronaca di una guerra che l’Iraq ha già perso

Il Califfo esulta per la conquista della città e annuncia le prossime mosse. Baghdad ripiega e pensa a usare le milizie. E anche in Siria non va meglio

Per Lookout news

Iraq, provincia di Anbar, domenica 17 maggio 2015. La città di Ramadi è da giovedì sotto il tiro dell’artiglieria pesante da parte dello Stato Islamico, che ha lanciato una nuova campagna nella grande provincia di Anbar, di cui Ramadi è il capoluogo.

 Il Califfo Al Baghdadi, ferito o meno che sia, è deciso a mettere in sicurezza tutta la provincia, dal 2014 sotto il controllo del Califfato. Per farlo, è indispensabile la conquista definitiva della città, strategica al punto che dominare Ramadi significa avere una posizione di forza decisiva per le operazioni militari e un vantaggio logistico notevole nel minacciare la stessa capitale Baghdad, insieme alla città di Falluja, altro fronte caldo.

 Da Ramadi, infatti, passano le linee ferroviarie che raggiungono la Siria e la Turchia, qui scorrono le acque dell’Eufrate che vengono convogliate in vari punti della regione e che alimentano ad esempio il lago Habbaniyya. Qui si trova inoltre il capolinea orientale della “Highway 10”, la strada che, attraversando il deserto, raggiunge il Mar Mediterraneo in due direttrici, una verso Homs in Siria (al momento sotto il controllo di Damasco) e l’altra che finisce in Giordania.

 Ma, soprattutto, è uno dei punti focali del triangolo sunnita, nonché la città della resistenza husseiniana dove è caduto il 30% dell’intero contingente americano (4.468 soldati morti in battaglia) durante l’Operazione Iraqi Freedom, la guerra iniziata nel 2003 e definita dall’allora presidente dell’Iraq Saddam Hussein come “la madre di tutte le battaglie”.

 Così, tra sabato e domenica, centinaia di uomini dello Stato Islamico avanzano dietro i bulldozer e i mezzi blindati ed entrano in città dopo che una decina di attentatori suicidi hanno aperto loro la strada, facendo saltare cancelli e barricate innalzate dall’esercito iracheno per tentare di frenare l’avanzata dell’ISIS.

 

L’esercito iracheno in fuga
Poi, accade il peggio. Si materializza l’incubo dei generali iracheni e dello stesso premier Haider Al Abadi, cioè vedere nuovamente i propri soldati abbandonare armi e posizioni e darsi alla fuga disordinatamente, come già accaduto lo scorso giugno, quando gli uomini di Al Baghdadi hanno occupato tutto il nord del Paese proprio grazie al cedimento dell’esercito.

 Battendo in ritirata verso la base militare di Khalidiya, a est di Ramadi, i soldati iracheni hanno abbandonato nuovamente mezzi blindati, artiglieria pesante e in pratica gran parte del loro equipaggiamento. Un regalo per l’ISIS, che ora ha ragione di sentirsi più forte e minaccioso dopo che aveva perso molte posizioni tra marzo e aprile 2015, tra cui la città di Tikrit, presa da un contingente di 20mila uomini che annoverava unità dell’esercito regolare, milizie sciite e ufficiali iraniani.

 

Il mese di maggio segna invece un’impennata nelle operazioni militari. Il Califfo ha infatti scatenato una campagna contemporanea in Iraq e in Siria, per prendere alcune raffinerie e basi militari nemiche onde poter continuare a espandersi. In questo contesto, vanno lette le battaglie per la conquista della raffineria di Baiji, la più grande dell’Iraq e ancora oggi contestata, così come gli assalti frontali alle città di Ramadi e Falluja in Iraq. Mentre le operazioni in Siria vanno dall’alleanza con le milizie di Jabhat Al Nusra, protagonista della conquista di Idlib (nordovest della Siria) e della battaglia sui monti Qalamoun (al confine con il Libano), fino alle incursioni nel campo di Yarmouk, periferia di Damasco, e all’attacco di Palmira.

 

Il vero obiettivo di Palmira non è l’arte
Palmira è un importante sito archeologico, noto come “la sposa del deserto”. Qui l’esercito siriano avrebbe respinto l’avanzata ISIS, ma l’esultanza dei media per lo scampato pericolo della possibile distruzione dell’ennesima perla architettonica del passato, non deve far passare in secondo piano il vero obiettivo dello Stato Islamico, che non è certo l’arte: è invece il campo petrolifero di Arak ed el-Heil a est di Palmira, conquistati assieme al villaggio di Arak e alla stazione di pompaggio T3. Una vittoria militare che adesso consegna il tratto di strada tra Palmira e Deir ez-Zor saldamente in mano all’ISIS, e che può condurre le milizie dell’ISIS fino al crocevia strategico di Homs, giusto a metà strada tra Aleppo e Damasco.

Dunque, anche Palmira è in un certo senso un successo per lo Stato Islamico. Un altro pozzo assoggettato che, almeno nel breve termine, alimenterà ancora le finanze del Califfato. Per capire come funziona l’economia dello Stato Islamico, infatti, non vanno dimenticati i profitti dei giacimenti petroliferi che controllano tra la Siria orientale e il Nord dell’Iraq. ISIS esporta circa 9mila barili di petrolio al giorno a prezzi che vanno dai 25 ai 45 dollari al barile. Il che porta nelle casse del Califfato quotidianamente una cifra compresa tra i 200 e i 400mila dollari, attraverso la vendita del greggio al mercato nero, al governo turco e allo stesso regime siriano.

 

Il raid USA che ha ucciso Abu Sayyaf
L’uccisione di Abu Sayyaf, il cosiddetto “ministro del petrolio” dello Stato Islamico, ucciso in un blitz delle forze speciali USA - che non sono prossime a un maggior impegno nella regione ma hanno solo approfittato di una soffiata - è stato un bel colpo del Pentagono, ma pressoché inutile ai fini della guerra. Certo, rallenterà la vendita al mercato nero del petrolio, ma lo Stato Islamico ha dimostrato di saper fare a meno di molti dei suoi elementi strategici, come se questo strano esercito fosse un’Idra, il mostro mitologico di fronte al quale Ercole, ogni volta che decapitava una delle sue molte teste, ne vedeva ricrescere due.

 

Lo stesso Abu Bakr Al Baghdadi, il numero uno del Califfato, è stato dato più volte per morto o ferito, così come gli uomini a lui più vicini. Ma a questo non è mai seguito uno sfaldamento dello Stato Islamico e le cronache hanno anzi evidenziato tutta la potenza residua di un esercito e dei suoi comandi, troppo a lungo sottovalutati.

 

Per battere il mostro jihadista, infatti, serve qualcosa di più che sporadici killeraggi dal cielo. Baghdad è convinta che per vincere si debba replicare lo schema di Tikrit, cioè armare le milizie volontarie sciite e coinvolgere forze armate iraniane in supporto all’esercito. È forse per questo che, ad esempio, il Consiglio provinciale di Anbar domenica ha votato per legittimare l’impiego della milizia al-Hashd al-Sha'bi nelle operazioni militari per liberare la provincia da ISIS.

 

Questo, tuttavia, alimenterà la diffidenza dei civili sunniti rispetto al governo centrale, poiché le milizie sciite si sono macchiate spesso di violenze gratuite e stupri nei confronti della popolazione sunnita, nei luoghi riconquistati allo Stato Islamico.

 

 

Le prossime mosse del Califfo
A dimostrazione della permanenza in vita di Al Baghdadi, in un messaggio diffuso dallo Stato Islamico dopo la conquista di Ramadi, si sente la voce del Califfo annunciare “Dopo la vittoria di Anbar, conquisteremo Baghdad e Kerbala”, quest’ultima città santa sciita.

 

L’audio, di cui non è dato conoscere provenienza, datazione e autenticità, dimostra tuttavia la volontà di ISIS di continuare a lavorare per assoggettare l’intero Iraq. Prendere Kerbala sarebbe una mossa fin troppo ardita, volta a circondare Baghdad. Ma la capitale irachena resta un sogno impossibile per gli uomini del Califfo e già in queste ore l’esercito iracheno si sta riorganizzando per riprendere Ramadi.

 

In buona sostanza, tutto questo ci dice che, così come per la Siria, la guerra in Iraq proseguirà ancora a lungo, senza che una delle parti riesca a prevalere nettamente sull’altra. Senza un intervento esterno su larga scala, infatti, saremo costretti a raccontare ancora per molto tempo di due Paesi ormai specchio dell’orrore della guerra, intrappolati nelle macerie materiali e morali di una violenza insensata, dove la religione e l’etnia sono il passaporto per la vita o la morte.

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