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Sean Gallup/Getty Images
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L'Europa di Schengen suona il suo "de profundis"

Più si è allargata, più l'Europa si è disintegrata. E si è divisa in tre: Nord, Sud, Est. Con l'Italia che rischia di essere tagliata fuori

Fine. Basta con le ipocrisie. L’Europa è morta. L’Europa che conosciamo, che qualcuno di noi aveva sognato, che però non è mai riuscita a diventare se stessa: uno spazio comune, integrato, forte. Un soggetto unico non solo economicamente, ma politicamente e militarmente. Nulla da fare. Più si è allargata, più l’Europa si è disintegrata. E la frontiera di Schengen è stata l’ultima a resistere ma anche la prima a rappresentare plasticamente questo fallimento.

Sei Paesi che avevano ripristinato i controlli alle frontiere interne hanno chiesto di poterli prorogare fino a due anni. In pratica, si tratta del de profundis per l’Europa di Schengen, che significa l’Europa della libera circolazione di merci e persone. Poco importa quello che le nostre imprese perderanno in soldoni, anche se è tanto. Quel che più fa male è la brusca interruzione di un percorso che secondo alcuni sarebbe stato l’unico a condurci verso la salvezza in un mondo globale sempre più competitivo. La vecchia Europa non si è rinnovata, si è avvolta invece in una spirale che la porta indietro e la rende più fragile. Ma c’è di più.

C’è un pericolo che riguarda proprio noi. L’Italia. Perché anche sfasciandosi, l’Europa non implode in tanti frammenti quante sono le nazioni che la compongono (o decompongono). L’Europa si spezza in due o tre.

Da un lato c’è un blocco che fa riferimento più o meno ai Paesi che, appunto, hanno sospeso il Trattato di Schengen: Austria, Germania, Danimarca, Francia, Svezia e Norvegia (e i loro satelliti che non hanno avuto bisogno di “riaprire le dogane”). È, questa, un’Europa del Nord virtuosa anche se non priva di peccati, che funziona, marcia, sopravvive e combatte, grazie alla lungimiranza e a una certa superiorità morale che le deriva dal senso civico, dal sentire i cittadini di appartenere a una comunità solidale al proprio interno, laddove l’interesse del singolo coincide con quello della collettività.

E poi c’è un’Europa del Sud, dalla quale pare per il momento esclusa la Francia, che invece si dibatte nei problemi di sempre: la vita da cicale, non da formiche, l’incoscienza di non realizzare i tagli alla spesa e sfoltire i privilegi, l’egoismo dei comportamenti individuali irresponsabili in cui ci si arrangia pur di fregare lo Stato e fregare gli altri (finendo col fregare se stessi e i propri figli e nipoti). Voglio citare un solo esempio: la totale irresponsabilità delle generazioni anziane verso i giovani, costretti quando possono a fuggire all’estero.

Infine c'è l'Europa dell'Est, quella dei "nuovi entrati".

Il tramonto dell’Europa di Schengen è solo la cartina di tornasole del fallimento di un continente. Se l’Italia avesse posto un vero argine ai flussi migratori, non nel senso della mancata accoglienza ma in quello dell’efficienza delle procedure d’identificazione e del rigore della politica migratoria, oggi avremmo le carte in regola per pretendere una reale redistribuzione dei rifugiati. E se i compiti a casa li avessimo fatti senza che fossero gli altri a premere perché ci rendessimo conto di quanto erano (e sono) necessari, non staremmo oggi ad annaspare nel limbo tra l’Europa ristretta del Nord e quella del Sud e dell’Est.

Con il congelamento di Schengen in realtà non finisce l’Europa. Nasce invece un’Europa del Nord che alza il ponte levatoio, si chiude nel proprio castello. Noi, a dispetto della nostra presunta genialità, della vitalità dei nostri piccoli e medi imprenditori, dell’intraprendenza dei nostri giovani talentuosi e delle nostre leggendarie risorse che sembrano non esaurirsi mai, noi da questa Europa rischiamo di essere tagliati fuori.

Abbandonati ai flutti di un Mediterraneo che si colore dell’instabilità e del sangue delle guerre nord-africane e mediorientali. È una visione troppo cupa, troppo pessimista? Dobbiamo capire, a costo di peccare di catastrofismo, che le frontiere chiuse dei nordici sono un Muro che viene alzato non contro i migranti ma “contro” di noi. Contro l’Europa “a perdere” i cui nuovi confini non sono a Lampedusa o a Kos o a Ceuta, ma a Innsbruck e Nizza.

Le ultime migrazioni tra accoglienza e rifiuto

EPA /Georgi Licovski
Scontri tra profughi e polizia al confine greco. Gevgelija, Macedonia, 21 agosto 2015
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