Identità di genere e Cassazione

Una sentenza che ridisegna la concezione stessa dei generi "uomo" e "donna" nella società e nel diritto

Corte_Cassazione

La sede della Corte di Cassazione a Roma, dove giacciono in attesa di giudizio circa 50mila liti fiscali – Credits: ANSA/ GUIDO MONTANI

Daniela Missaglia

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Essere donna o uomo, per la Cassazione, non è più una condizione biologica e genetica, ma un’aspirazione.

È di questi giorni una sentenza shock in cui la Suprema Corte ha accolto il ricorso di un transessuale che, pur avendo rinunciato all’operazione chirurgica preposta alla rimozione dell’apparato maschile (penectomia ed orchiectomia), ha ugualmente insistito giudizialmente per vedere rettificato il suo status ed essere riconosciuto come donna sotto ogni profilo giuridico, condizione cui da anni questi riteneva di appartenere.

I giudici di primo e secondo grado avevano sempre respinto una siffatta domanda, subordinando la modifica anagrafica di genere all’esito dell’operazione chirurgica, aderendo alla giurisprudenza granitica precedente che non lasciava alternative.

Con la sentenza ultima della Cassazione, la n. 15138/2015, si è infranta una barriera epocale che ridisegna la concezione stessa dei generi ‘uomo’ e ‘donna’ nella società e nel diritto ma va persino oltre, pericolosamente io credo.

Il cuore pulsante della sentenza sta nell’affermazione secondo cui la “conclusione del processo di ricongiungimento tra ‘soma e psiche’ non può, attualmente, essere stabilito in via predeterminata e generale soltanto mediante il verificarsi della condizione dell’intervento chirurgico”: in altri termini la ‘disforia di genere’ - ossia banalmente il nascere in un corpo che non coincide con la percezione di ciò che ci si sente - giustifica il diritto di chiedere una rettificazione del sesso anche soltanto provando un percorso psicologico ed identitario che prescinda dalla completa rimozione dell’apparato maschile o femminile ‘intruso’.

Se il ‘sentire’ finisce con il prevalere sull’ ‘essere’, se il genere maschile o femminile diventa uno ‘stato della mente’, allora è perfettamente inutile arroccarsi in battaglie ideologiche di tutela della famiglia tradizionale o di contrasto delle teorie ‘gender’ nelle scuole.

Perché il Cavallo di Troia ormai si annida ovunque: consentire di rettificare il sesso ad un uomo che uomo, almeno sotto il profilo anatomico, rimane, significa attribuirgli i diritti propri di ogni donna, ossia di sposarsi con un altro uomo, senza più incompatibilità di genere, e persino adottare un bambino: il principio ultimo della Cassazione diventa quindi il seme per disgregare molti istituti interpretati, fino ad oggi, in modo intransigente ma oggettivo.

Quel che fa specie è che tale supremo organo giurisdizionale sta sostituendosi, a colpi di giudicati, al legislatore: mai come nell’ultimo anno si registrano tanti ‘attacchi’ al diritto tradizionale e questa sentenza fa il paio con quella di aprile che ha consentito a due coniugi, di cui il marito aveva ottenuto la rettificazione di sesso, diventando donna a tutti gli effetti, di rimanere legalmente sposati, in barba alla legge che prevede, in tali casi, lo scioglimento automatico del matrimonio.

Unendo i tasselli è legittimo domandarsi in che direzione vogliano gli Ermellini condurre la nostra società: perché questa accelerazione verso un modello di etica laica, che tanto lontana si colloca dal sentire comune del mondo cattolico, è un processo che avrebbe dovuto essere discusso dal Parlamento e dalla società civile, non imposto da una gragnola di sentenze.

Il punto segnato oggi dai cosiddetti movimenti LGBT è pesantissimo e alimenta il timore di tutto coloro che temono, a ragione o a torto, una riformulazione del concetto stesso di famiglia, non più costituita dall’uomo e dalla donna (uniti in matrimonio) e dai frutti naturali della loro procreazione, ma un fenomeno più fluido, mutevole, il cui unico collante diventa solo il ‘sentimento’ (magari mutevole) professato e non ha più altri connotati caratterizzanti di natura oggettiva.

Si perde quindi anche il riferimento biologico di genere dopo aver perduto il legame biologico genitori figli, come ne è stato prima con la fecondazione eterologa, all’utero in affitto con maternità surrogata, ammessa in molti paesi e praticata anche da molti italiani.

I Giudici, di fatto, stanno cambiando il nostro mondo a colpi di sentenze dove tutto diventa possibile, anche sottraendo la funzione vitale al Legislatore, a dispetto della lectio magistralis di Montesquieu.

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