La Repubblica residuale
ANSA / US PALAZZO CHIGI
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Se la fiducia del Paese verso il premier Matteo Renzi è al punto più basso mai raggiunto da un capo del governo, c'è un motivo preciso

Mi sono perso tra i miliardi. Nelle ultime settimane non è passato giorno senza che un rappresentante del governo annunciasse l’arrivo di una nuova cascata. Una lotteria continua. Soldi per tutto e per tutti a ogni latitudine che fanno a cazzotti con la realtà. Che, banalmente, inchioda l’esecutivo a un dato incontrovertibile e cioè che la spesa pubblica aumenta anche quest’anno in barba a ogni impegno di razionalizzazione. D’altronde, il fascino delle chiacchiere ha esaurito la sua forza: la fiducia degli italiani in Matteo Renzi se la batte con quella del mai rimpianto Mario Monti ed è arrivata a un punto addirittura inferiore a quella che aveva Enrico Letta quando, a febbraio 2014, venne defenestrato per far spazio al terzo premier non eletto (sempre Renzi medesimo). Ci sarà un motivo?
Certamente ce n’è più di uno. Al fondo c’è, a mio parere, la maturata consapevolezza, da parte di tutti noi, di dover vivere il tempo triste e decadente della "Repubblica residuale". È la Repubblica tradita. Quella che ha creduto nella #svoltabuona, nell’#Italiacheriparte e nelle promesse di #rottamazione e che si ritrova a far di conto con riforme al palo, lasciate a metà o crescita ancorata allo zero virgola. E diciamo questo senza entrare nella diatriba dei posti di lavoro ma limitandoci a prendere atto del dato sulla disoccupazione dell’Istat inchiodato al 12,7 per cento (in aumento, purtroppo, dello 0,3% rispetto a un anno fa).
Sulla rottamazione, poi, la "Repubblica residuale" trova il suo apice e si dimostra una bruttissima copia della prima e della seconda repubblica. Perché ai metodi di spartizione del passato con i quali si tentava di salvaguardare il presupposto della competenza si affianca adesso la tecnica della residualità, che fa dirottare nei posti di responsabilità persone poco o per nulla capaci rispetto al ruolo che sono chiamati a ricoprire. L’unica qualità richiesta è l’obbedienza, l’adesione incondizionata al renzismo meglio se certificata da presenze multiple alla Leopolda. E ciò nel solco dei gradi che guadagnavano le giovani marmotte premiate unicamente per la loro fedeltà nel tempo: l’ultimo esempio è quello della Rai, dove le promesse del #cambioverso si sono infrante contro la muraglia della residualità. Perché esaurito il bacino dei renziani della prima ora da cooptare al potere si è passati al girone della seconda e dell’ultima ora, i residui appunto. E per ritrovare facilmente tracce dei disastri che questa tecnica provoca basta guardare alla squadra di "tecnici" imposta dal premier a Palazzo Chigi. Non c’è quindi da stupirsi se, in questa situazione, l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano rivendichi il diritto a invadere il campo della politica con esternazioni continue e di fatto sovrapponendosi allo stile silente ma non accondiscendente dell’attuale inquilino del Colle, Sergio Mattarella. Ma voi avete mai visto un ex presidente degli Stati Uniti entrare a gamba tesa in un dibattito parlamentare come ha fatto Napolitano?

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