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La magistratura vista da Edoardo Cilenti, segretario generale Anm

Nella prima intervista dalla sua elezione, viaggio tra punti di forza e debolezza del sistema giudiziario italiano

Allora, dottor Cilenti, come va con il fantasma? “Fantasma? Quale fantasma?”. Sabato 1° aprile, dopo un anno fatto di molti interventi e di moltissime polemiche, Piercamillo Davigo ha lasciato la presidenza dell’Anm, l’Associazione nazionale magistrati, e al suo posto è stato eletto il pubblico ministero romano Eugenio Albamonte. Ma il suo fantasma è ancora lì, difficile da esorcizzare. Ne pare consapevole Edoardo Cilenti, cinquantenne giudice del lavoro a Napoli, che dell’Anm è il nuovo segretario generale. Nel 2010 Cilenti fu, nella storia giudiziaria italiana, il primo a candidarsi al Consiglio superiore della magistratura come “senza corrente”, e di fatto contro tutte le correnti. Ottenne un risultato lusinghiero, ma non fu eletto. Oggi Cilenti si è avvicinato a Magistratura indipendente, che delle correnti è la più moderata, e a sua volta pare essersi moderato. Questa è la prima intervista dalla sua elezione.

In un solo anno al vertice dell’Anm, Davigo è stato onnipresente, si potrebbe dire ingombrante. Prendere il posto del suo “fantasma” sarà difficile.
Per me difficile è essere segretario generale dell’Anm e gestire le responsabilità che ciò comporta; il mio compito dev’essere valorizzare quanto fatto finora e portare avanti uno spirito unitario che corrisponde a un obiettivo importantissimo: la coesione dell’intera magistratura.

Coesione, lei dice. Crede che tutta la magistratura sia in linea con le dure prese di posizione di Davigo?
Davigo ha manifestato opinioni come presidente dell’Anm e in queste occasioni ha espresso pensieri condivisi; per il resto, ovviamente, ciascuno di noi può avere idee peculiari su determinati argomenti.

Non c’è proprio nulla su cui lei non sia in disaccordo con l’ex presidente dell’Anm?
Su una cosa sì: la magistratura non può essere l’unico baluardo contro l’illegalità. Occorre il sostegno di tutte le altre Istituzioni.

Davigo però ha detto: “I politici italiani hanno una tendenza alla devianza sconosciuta in altri Paesi”.  Anche per lei politica italiana è tutta così corrotta?
In Italia la percezione è che vi sia una politica più corrotta che in altri Paesi perché ci sono indagini rigorose e costanti di una magistratura la cui indipendenza e autonomia non a caso è presa a esempio.  

Sempre Davigo: “Il politico indagato dovrebbe dimettersi non perché indagato, ma per gli elementi di preoccupazione che escono dagli atti”. Giusto anche questo?
Non sono incline per cultura e per formazione professionale alle generalizzazioni. Il tema è delicato e va affrontato caso per caso.

Mettiamola così, allora: un magistrato indagato dovrebbe dimettersi?
Il dovere di dimettersi, da qualunque carica pubblica, discende non tanto dall’aver ricevuto un’informazione di garanzia, quanto dalla fondatezza delle accuse e dalla gravità degli illeciti. Le dimissioni devono essere inevitabili quando già le indagini preliminari evidenziano fatti incompatibili con la funzione svolta.     

A sentir Davigo, pare che da una parte ci siate voi magistrati, bravi e buoni, e dall’altra il resto del mondo, brutto e cattivo. Non è il caso di riconoscere che anche la magistratura spesso sbaglia?
Certamente occorre fare autocritica perché la magistratura ha le sue contraddizioni, ma non vi è dubbio che resta l’unico organo dello Stato i cui componenti sono sottoposti a ben sette valutazioni di professionalità e dove il procedimento disciplinare viene preso molto sul serio.

Davigo a parte, quale risultato vorreste ottenere lei e il presidente Albamonte alla guida dell’Anm?
Prima di tutto abbiamo istanze non di natura meramente sindacale ma che attengono agli stessi diritti fondamentali della categoria, come un’adeguata tutela della malattia del magistrato.

Perché, forse non siete tutelati in malattia?
Rientra nella discrezionalità del legislatore prevedere un diverso trattamento delle voci stipendiali dei magistrati. In caso di malattia, viene sempre applicata una decurtazione economica molto significativa, e ciò si verifica anche se la patologia è oncologica. Almeno per le gravi disabilità vogliamo che qualcosa cambi.  

E poi?
In senso più ampio auspico un rapporto collaborativo con le Istituzioni, in particolare con la politica e con lo stesso Csm, nei cui confronti l’Anm deve sempre rappresentare un contraltare critico.

Nel 2010 lei si era candidato proprio al Csm da toga “senza corrente”. Oggi invece è vicino a una corrente: Magistratura indipendente. Che cosa è cambiato?
Ritengo che la spinta propulsiva di quell’epoca sia finita e nel corso degli anni ho preso atto che mi ritrovo nei valori e nelle istanze portate avanti da Mi.  

Ammetta però che nel Csm oggi le correnti continuano a fare il bello e il cattivo tempo…
Trovo eccessivo dire che le correnti facciano il bello e il cattivo tempo, ma molte cose vanno migliorate.

Sa che, per allentare la presa delle correnti sul Csm, c’è chi propone addirittura un’elezione per sorteggio tra i magistrati?
Il sorteggio incontra il vincolo dell’art. 104 della Costituzione, che impone l’elezione dei componenti del Csm. Il voto è lo strumento più democratico e presuppone trasparenza nelle condotte. Non mi sentirei ben rappresentato da componenti del Csm scelti dalla fortuna. Anche la recente commissione ministeriale di riforma, di cui ho fatto parte, ha dato un giudizio negativo.

Lei come pensa si dovrebbe fare?
La mia proposta prevede un sistema con voto trasferibile in grado di aumentare la possibilità di scelta dell’elettore. Si presentano liste con alternanza di genere e l’elettore può indicare in ordine decrescente di preferenza più nomi, dando così rilievo sia al modello di giurisdizione preferito sia a candidati di altre liste, da premiare per qualità personali.

Dei magistrati che fanno politica lei che cosa pensa?
Il magistrato non può essere un cittadino incompiuto, cui si negano i diritti politici. Non c’è dubbio però che serva una disciplina rigorosa. Su questo tema l’Anm è aperta al confronto ed è anzi favorevole a un intervento legislativo, purché moderato, ragionato e non dettato dalla emotività del momento.

Da decenni si parla delle intercettazioni. Ora siamo finalmente alla legge delega affidata al governo, criticata da alcuni e apprezzata da altri. Lei non pensa che ci sia un eccesso d’intercettazioni: quelle che vengono fatte, ma soprattutto quelle che vengono divulgate?
Le intercettazioni sono un mezzo di ricerca della prova irrinunciabile, se si vogliono contrastare mafia, terrorismo e corruzione. Il vero eccesso e il vero scandalo sono la carenza di mezzi e di risorse umane, e un sistema organizzativo e processuale che non consente di celebrare i processi.

Sta dicendo che gli eccessi e la gogna non esistono? Anche Ilda Boccassini ha criticato certi sistemi…
Se s’intervenisse con determinazione per velocizzare il processo penale, molto probabilmente le polemiche non avrebbero neppure il tempo di sorgere, poiché le conseguenze negative di eventuali usi distorti di questo strumento sarebbero subito arginate da una sentenza.

Lei ha una proposta concreta per risolvere il problema?
Le intercettazioni, quando non configurano gravi indizi per l’applicazione di misure cautelari e non servono come prove nei processi penali, devono essere subito distrutte. Occorrono severe sanzioni a carico di chiunque ne divulghi contenuti non necessari per le indagini o per i processi.

Lei viene dalla giustizia civile: quale riforma potrebbe davvero ridurre l’arretrato di quel settore?
Abbattere l’arretrato non è difficile. Il problema vero è che ogni volta che lo si elimina tende fatalmente a riprodursi, e ciò perché vi è un eccesso di domanda di giustizia: purtroppo i corpi intermedi, gli organi statali di mediazione del conflitto sociale e in genere gli altri organismi di controllo in Italia non funzionano bene. Così risulta quasi inevitabile per il cittadino rivolgersi sempre e comunque al giudice.

Quindi: meno tribunali e più mediazione?
Sì. I tribunali dovrebbero essere una soluzione estrema, ma in Italia rappresentano lo sbocco fisiologico di quasi tutti i conflitti sociali, familiari ed economici. In ogni caso almeno per il contenzioso cosiddetto seriale lo sforzo di definizione in sede stragiudiziale dovrebbe essere la priorità. 

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