Juncker - Renzi, desolante scontro personale
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Juncker - Renzi, desolante scontro personale
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Juncker - Renzi, desolante scontro personale

Il presidente della Commissione Ue senza risultati rilevanti nel suo mandato. Preoccupa però la scarsa considerazione dell'Italia a Buxelles

L’Europa langue, perde ruolo, potere, mentre i leader europei si scontrano non sui grandi ideali ma, spesso, su ripicche personali, in duetti-duelli che tradiscono suscettibilità individuali più che un’attenzione agli interessi dei cittadini.

Metti per esempio Jean-Claude Juncker, che si trova a fare il presidente della Commissione Europea non grazie a una propria forza elettorale o di paese (è lussemburghese), ma a un’intesa di compromesso interna al Partito popolare europeo e ai suoi legami con il vero dominus del continente, la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Sono pochi i progetti della Commissione Juncker che possano vantare oggi risultati nei settori strategici. Inconcludenti si sono rivelate finora le politiche migratorie (solo 272 richiedenti asilo sui 160mila previsti ricollocati da Italia e Grecia in altri paesi UE), la rinegoziazione degli accordi di Dublino in tema di status europei dei rifugiati (campa cavallo, Juncker promette che se ne parlerà a primavera), il mastodontico (sulla carta) piano d’investimenti che in 3 anni dovrebbe movimentare qualcosa come 310 miliardi di euro per finanziare grandi opere, e la proiezione dell’Europa come (tutt’altro che) protagonista sulla scena internazionale.

È sconcertante che il motivo di risentimento più forte di Juncker nei confronti dell’Italia e di Renzi sia personale e risalga addirittura a un anno fa, quando Renzi chiuse il semestre di presidenza italiana ascrivendo a proprio merito l’introduzione di una certa flessibilità nella politica economica europea.
Un misto di suscettibilità e memoria lunga ha spinto Juncker a bastonare Renzi e a dire che l’Italia ha problemi con gli altri paesi UE oltre che con la Commissione.

Il punto è che Juncker è offeso perché, dice, “la flessibilità l’ho introdotta io!”. E lo dice dopo un anno!

E mentre è fin troppo esplicito nel puntare l’indice contro Roma per la reticenza a finanziare la propria parte dei 3 miliardi promessi dalla UE alla Turchia per gestire in loco 2 milioni di profughi dalla Siria, non lo è altrettanto nell’indicare quali paesi stiano violando gli obblighi circa la ricollocazione dei migranti all’interno dell’Unione.

Mai i rapporti tra Italia e Europa sono stati così fragili e tormentati da quando Renzi è al governo. Ma le colpe sono ben distribuite.

Sconfortante che Juncker parli dell’Italia e del suo rapporto con l’Italia (dove mai è venuto in visita da quando guida la Commissione) citando solo gli immigrati italiani in Lussemburgo. E sconfortante che dica “l’irritazione è grande ma la tengo in tasca”. O che parli del “teatrino” della politica italiana. Che dica di avere con l’Italia un problema più serio di quello che ha con la riunificazione di Cipro. E che ingiunga al premier italiano di astenersi dal criticarlo.

Purtroppo, però, è pure sconfortante il pensiero di quanto bassa sia oggi la considerazione dell’Italia a Bruxelles.

L’unico italiano che faceva parte del gabinetto di Juncker se n’è andato in polemica, dopo che le sue deleghe sono state trasferite a un inglese. E grava su di noi il “peccato originale” di aver voluto a ogni costo, come Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, una figura che alcuni nostri partner consideravano inadeguata: Federica Mogherini, che a differenza di Lady Ashton, a cui subentrava, ha perso i galloni di primo vicepresidente della Commissione.

Juncker, in realtà, non ha mai amato l’Italia. Rappresenta tutto ciò che l’Italia non è e non potrà mai essere: un paese nordeuropeo. Invece di preoccuparsi di etichettare i prodotti israeliani che provengono dai territori palestinesi, le istituzioni UE farebbero bene ad affrontare con serietà ben altre emergenze: dalla difesa dello spazio Schengen all’armonia fra le politiche economiche dei propri membri.

È comico che proprio Juncker, dando sfogo a rivalse da primadonna, nostalgicamente lamenti che la sua generazione sia fatta non “da giganti” ma da “deboli eredi” dei Monnet e dei Delors.

Un gigante, Juncker, non lo è mai stato.

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