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L'incongruenza di Napolitano

Il presidente della repubblica ha attaccato i conservatorismi che bloccano le riforme. Lui, ad 89 anni

L’aulico linguaggio da antico signore napoletano, alle spalle una vita nel Pci seppure da fronde riformiste. Ma soprattutto, un uomo che guarda al paese dall’alto (e dalla distanza) dei suoi 89 anni.

C’è quasi un’umoristica incongruenza nel discorso tenuto da Giorgio Napolitano per inaugurare l’anno scolastico davanti a tremila ragazzi riuniti nel Cortile d’onore del Quirinale (mausoleo che vive i ritmi stanchi di un’oligarchia repubblicana all’ombra del privilegio). Incongruenza ovvia e plastica, se chi esorta a rinnovare le istituzioni da capo dello Stato quasi novantenne (e al secondo mandato) ha emesso i primi vagiti in pieno Aventino antifascista e mentre Mussolini era impegnato a ricucire i rapporti col “dissidente” D’Annunzio. L’ultimo compito in classe del bambino Giorgio risale a ottant’anni fa. 

Si dirà che lui è più sveglio e arzillo di tanti giovani di oggi. Ma non si può non sorridere se il Garante della Costituzione e della casta dei magistrati (la meno disposta ai cambiamenti), il capo dello Stato il cui ultimo atto di coraggio riformista è stato l’aver nominato un comitato di Saggi (ossia di cariatidi ciascuna rappresentativa di una corporazione, un clan, una parte politica nel Tempio dell’immutabile Prima Repubblica), dice a migliaia di minorenni che l’Italia non deve “rimanere prigioniera di conservatorismi, corporativismi e ingiustizie”.

Non lo si può sentir discettare di “politiche del passato” che non risolvono i problemi, lui che ha attraversato la storia della Repubblica sempre al vertice delle istituzioni e del governo.

Né lo si può ascoltare senza avvertire una stonatura, una dissonanza quando invita, “specialmente in Italia”, a “rinnovare decisamente le nostre istituzioni, le nostre strutture sociali, i nostri comportamenti collettivi”.

Ecco, suonava un po’ come l’arringa di un cacciatore vegetariano, un sacerdote ateo, un generale pacifista.  

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