Una scommessa sul processo alla Trattativa Stato-mafia

In primo grado, condanna. Ma poi il verdetto verrà rovesciato in Corte d’appello, e alla fine per la Cassazione sarà assoluzione definitiva

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Il generale Mario Mori – Credits: Next New Media

Maurizio Tortorella

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Stamattina la Corte d'assise di Palermo si è ritirata in camera di consiglio per stabilire il verdetto sul primo grado del processo sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”. I giudici devono decidere nei confronti dei nove imputati superstiti: boss di Cosa nostra, ex vertici del Ros e politici, accusati di avere tramato per uno scambio tra riduzione delle asprezze del trattamento carcerario riservato ai mafiosi e la fine della stagione delle bombe e delle stragi.

Dopo oltre cinque anni di processo, un procedimento imbastito da magistrati dal forte impatto mediatico come Roberto Scarpinato, oggi procuratore generale a Palermo, come Antonio Ingroia (poi ritiratosi dall’ordine giudiziario per dedicarsi a una sfortunata carriera politica) e come Nino Di Matteo, viene difficile credere che i giudici palermitani smonteranno l’impianto d’accusa.

Più facile prevedere, cinicamente, che in Corte d’assise prevalga una sentenza di condanna, sia pure con qualche dubbio nelle motivazioni che seguiranno. I giudici di tribunale potrebbero così lasciare ai loro colleghi d’appello la patata bollente dell’assoluzione in punta di diritto: capita spesso, non sarebbe certo la prima volta…

I dubbi, a dire il vero, ci sono tutti. E il principale è questo: si può forse accusare politicamente i carabinieri e i politici imputati di avere fatto passi (anche controversi e difficili) per cercare di bloccare l’escalation delle bombe e per mettere fine a un periodo tra i più drammatici nella storia d’Italia. Ma da qui a contestare loro un reato, uno specifico reato, ce ne passa.

La tesi non è peregrina. È stata autorevolmente sostenuta da giuristi illuminati come Giovanni Fiandaca, per questo trasformati dall’antimafia giornalistica in reprobi da censurare. Resta il fatto che la tentazione di rileggere tutte le dinamiche storico-politiche italiane come se la loro chiave di volta fosse da trovare nell’influenza esercitata sempre e comunque da imperscrutabili e onnipotenti poteri criminali riflette una tendenza semplificatrice, frutto di una deformazione professionale, che è tipica della magistratura più impegnata sul fronte dell’antimafia.
Scommettiamo?

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