Storia di Federico, ucciso da suo padre in un colloquio «protetto»

Una madre vessata dallo stalking del marito. L'intervento dei servizi sociali. Poi il dramma. Il 25 febbraio, a Milano, un convegno per la tutela dei minori.

Padre e figlio si divertono al mare – Credits: Don Arnold/Getty Images

Maurizio Tortorella

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Questa volta vorrei dare la parola a una madre. Si chiama Antonella Penati. Il 25 febbraio 2009, a Milano, suo figlio Federico è stato ucciso a 8 anni e mezzo da suo padre: con 8 coltellate e poi a colpi di pistola durante un colloquio «protetto» disposto dai servizi sociali nei locali dell'azienda sanitaria locale. Federico e sua madre sono le vittime di un dramma senza fine, causato da approssimazione, faciloneria, deresponsabilizzazione. Il 25 febbraio, a Milano, presso palazzo Sormani, dalle 10 alle 18 si terrà un convegno intitolato «La tutela del minore in ambito protetto». Perché vicende come quella di Federico non possano né debbano mai più accadere. Ecco la storia, raccontata dalla signora Penati, che ha creato anche un sito internet, intitolato Federico nel cuore , per sollecitare maggiore responsabilità e tutela nei confronti dei bambini nella situazione di Federico. 

A mio figlio che si chiamava SHADY FEDERICO BARAKAT, un nome che significa IL CANTO DELL’USIGNOLO

Federico era nato a Milano, e precisamente a Segrate, il 19 aprile 2000. Era, come amava lui stesso definirsi, un bambino del terzo millennio. Era bellissimo, tutti lo dicevano. Ma la cosa che maggiormente colpiva di lui era il suo carattere: era dolce ma nello stesso tempo risoluto, era sensibile, determinato e con tanto amore nel suo piccolo ma stupefacente cuore. Era molto allegro, anche se a volte nei suo occhi profondi come il mare compariva tristezza e angoscia, dovuta alla presenza oppressiva di un papà instabile, che era ricomparso nella sua vita quando lui aveva circa 4 anni. 

Federico aveva un rapporto splendido con me, molto sincero. Le difficoltà ci hanno uniti ancora di più; mi chiamava la sua mamma-amore e guai se qualcuno era sgarbato con me. Era molto maturo per la sua età, faceva tanti progetti, aveva sempre voglia di fare cose nuove era come se mordesse la vita. Quella vita così breve, che solo il pensiero mi fa impazzire.

Il padre di Federico era di origini egiziane, ma stava in Italia da molto tempo. All’inizio della nostra storia era una persona integrata, colta, un operatore turistico stimato. Ma poi la sua personalità è cambiata, sin da subito la nascita di nostro figlio. La mia vita e quella del mio piccolino era precipitata in un incubo fatto dalle continue sparizioni e continui ritorni di suo padre, ogni volta sempre più disturbato, violento e ossessivo.

Malgrado minacce e atteggiamenti molesti verso di me e Federico, avevo con fatica costruito per me e mio figlio una vita comunque positiva: lo dicevano non solo la sua resa scolastica, la sua vivacità, la sua voglia di vivere, la sua allegria il suo sorriso e tutte le persone che lo hanno conosciuto lo possono confermarlo. Federico viveva in una bella casa, faceva tanti sport, io cercavo in tutti i modi di fare in modo che la sua vita fosse più tranquilla possibile.

Ma la follia di suo padre, e il suo disagio, aumentavano sempre di più, e il pericolo anche: è solo per questo che mi ero rivolta nel 2004 ai servizi sociali di San Donato, pensando che fossero in grado di occuparsi del disagio del padre. È stato allora che mi sono trovata in un buco nero istituzionale.

Come madre avevo fatto la scelta di allontanare la follia, la cattiveria del padre dalla vita di Federico. Sono però iniziati anni di soprusi, minacce, aggressioni, vero e proprio stalking: minacce, telefonate a tutte le ore del giorno e della notte, inseguimenti in auto. Pochi giorni prima dell’uccisione mi stava buttando giù da un ponte, e Federico era a bordo. La legge sullo stalking era in discussione proprio in quei giorni in Parlamento. È diventata legge 3 giorni dopo la morte di mio figlio. E pensare che io mi ero rivolta ai carabinieri, al Tribunale dei minori di Milano, ai servizi sociali pensando mi potessero aiutare. Furono proprio questi ultimi che al contrario m'imposero di fare vedere al bambino al padre (sottovalutando la sua pericolosità). 

Io tentai di oppormi, ma fu tutto vano. Se mi fossi opposta alle visite in ambito protetto, mi avrebbero tolto Federico: così mi dicevano ogni volta che segnalavo l’aumento del disagio paterno. “Signora, che cosa vuole che succeda? Ci siamo qui noi, ci assumiamo noi la responsabilità di suo figlio, lei pensi a fare la madre”.

Circa una settimana prima dell'ultimo incontro con suo padre, Federico aveva fatto un’ incubo: si era svegliato piangendo disperato. Aveva sognato che suo padre lo uccideva, si ritrovava in cielo sopra una nuvola poi arrivava uno gnomo che lo riportava dalla sua mamma perché piangeva… Ma non esistono gli gnomi: e nessuno mi riporta il mio bambino, nessuno può placare il doloro che provo. 

L’ultimo giorno della sua vita, il 25 febbraio 2009, a colazione Federico mi disse: “Mamma, le signorine dei servizi se ne fregano di me". Poi aggiunse: "Non voglio andare all’incontro con quello lì (cosi chiamava suo padre)". E concluse: “Oggi sono stanco e stufo”. Uscendo poco dopo dal portone di casa, mormorò: “Mamma non ti preoccupare finisce presto tra poco lui muore“. Infine, in auto mi urlò: “Quelle lì ( riferendosi sempre alle due “persone” dei servizi sociali) non capiscono niente di lui, devo andare dal giudice io e dirglielo che non voglio vederlo! Gli faccio vedere io”. Cercai di tranquillizzarlo e gli dissi: dai, Federico, non succede nulla; stai tranquillo. Furono le ultime parole che gli dissi.

Come può un bambino essere ucciso con 8 coltellate in piena Asl? Suo padre è entrato armato con pistola e coltello da macelleria. E come mai mio figlio si è difeso da solo? Il padre di Federico ha avuto il tempo di sparare (colpendo solo di striscio Federico); il mio cucciolo ha tentato di scappare, ma suo padre ha avuto anche il tempo di inseguirlo, raggiungerlo e accoltellarlo ancora, più volte. Le ferite alle braccia e alle mani dimostrano che Federico ha cercato di difendersi (né il colpo di pistola, né le coltellate alla schiena erano state mortali).

La sua morte è avvenuta ben 57 minuti dopo il primo colpo. Se ci fosse stata adeguata sorveglianza, forse Federico sarebbe stato ferito, ma almeno non sarebbe morto. Perché le persone che avevano preso in carica un minore non hanno bloccato le visite, dopo le mie innumerevoli segnalazioni di pericolo? Il giorno stesso, quella la mattina del 25 febbraio, ero andata dall’assessore per supplicarlo di intervenire. Innumerevoli volte avevo riportato i rischi segnalati da me, da Federico: perizie, denunce, testimoni, ero andata dagli avvocati, dai carabinieri che da anni seguivano il caso.

Il modo più bello di dire addio al mio bambino era quello di esaudire il suo ultimo desiderio. E così il mio ultimo dono per lui è stato esaudito grazie a un prete di nome Don Alfredo: il dono del battesimo e un funerale cristiano. Ho abbracciato forte Federico dopo una settimana dalla sua uccisione. Prima di quel giorno, 3 marzo 2009 giorno del funerale, non mi hanno permesso di vederlo se non solo per un attimo dopo 3 giorni dall’uccisione, attraverso un vetro. Ho baciato Federico e lui ha aperto gli occhi: erano vuoti e spenti, erano diventati quasi grigio verde, penso sia stato il suo modo di dirmi addio.

Mani cattive e la follia istituzionale me lo hanno ucciso, me lo hanno strappato; ucciso all’interno di una Asl, accoltellato a morte dal proprio padre. Federico poteva e doveva essere protetto, ma coloro che erano stati incaricati di farlo non lo hanno fatto. Dalle istituzioni che dovevano proteggere mio figlio chiedo e pretendo solo la verità e l’assunzione della propria responsabilità perché la vita di un bambino ha un valore assoluto. 

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